Nello scenario mediatico contemporaneo, accade raramente che un semplice trailer cinematografico scateni un terremoto di nostalgia e speculazione così specifico come è successo con l'annuncio di War Machine. Per uno spettatore casuale, quello diretto da Patrick Hughes era solo l'ennesimo action-thriller fantascientifico caciarone ed esagerato; per la comunità globale dei videogiocatori, tuttavia, quei pochi secondi di girato hanno risvegliato emozioni dure da far sbiadire.
Complici infatti diverse scelte narrative e di design, il pubblico ha immediatamente associato la pellicola alla saga di Metal Gear Solid, ma non è stata un'allucinazione collettiva né un semplice desiderio dei fan rimasti orfani della serie. Vediamo allora insieme cosa il film disponibile su Netflix dal 6 marzo ha attinto dalla creatura di Kojima più o meno sfacciatamente, quali sono gli elementi che li accomunano e come mai ci siamo fatti gabbare così facilmente.
Un errore di identità
Quando le prime immagini di War Machine hanno iniziato a circolare, il web è letteralmente esploso, e il motivo di tanto clamore risiede in una convergenza estetica con Metal Gear Solid che rasenta il plagio spirituale. A fungere da minaccia per il Ranger numero 81 interpretato dal massiccio Alan Ritchson non c'è infatti un anonimo drone o una qualsiasi altra diavoleria bellica che riempie quotidianamente i telegiornali, ma una creatura meccanica bipede che sembra uscita direttamente dai bozzetti a china di Yoji Shinkawa, lo storico art director della saga Konami.
Nonostante la pellicola di Netflix non abbia legami ufficiali con il marchio Metal Gear, al momento dell'annuncio, la sua esistenza sembrava quindi colmare un vuoto che i fan di Snake avvertono da tempo immemorabile, con la sbornia iniziale che è nata da una serie di trigger visivi: un esperto soldato solitario e ferito nell'animo e quel senso di oppressione che deriva dall'essere braccati da qualcosa di infinitamente più potente.
La meccanica del terrore
Il fulcro dell'inganno innescato dal trailer è, senza ombra di dubbio, il design della macchina da guerra che dà la caccia al nostro protagonista e ai suoi commilitoni: un ammasso di pistoni idraulici, piastre corazzate e sensori ottici che si muovono con una pesantezza calcolata e terrificante.
La stessa filosofia che ha dato i natali al Metal Gear REX nel 1998, insomma. Entrambe le macchine condividono infatti una postura bipede che non serve tanto a renderle "umane", quanto più capaci di attraversare qualsiasi terreno, e che le trasforma in piattaforme di lancio semoventi. A richiamare l'estetica di Shinkawa intervengono però anche il radar - che nel film di Hughes scansiona le forme di vita nell'ambiente - le batterie di fuoco poste in punti strategici che sputano esplosivi a volontà e soprattutto quel "flusso di energia" che rimanda senza troppa timidezza all'arma a corto raggio del Metal Gear REX.
In questo senso, il mostro d'acciaio di Netflix diventa quindi più di un semplice nemico: è un'estensione del concetto di predatore apice, proprio come lo erano il REX, appunto, il RAY o il Sahelanthropus nelle varie iterazioni della saga di Kojima.
L'uomo contro il Leviatano
Oltre all'aspetto puramente visivo, è il nodo narrativo di fondo a creare il ponte più solido tra le due opere. In Metal Gear Solid, il giocatore veste i panni di un uomo solo, spesso armato di poco più di una pistola e del suo ingegno, inviato a distruggere un'arma definitiva che teoricamente non può essere sconfitta con mezzi convenzionali. Ecco, questo squilibrio di potere è alla base del genere "stealth-action" ed è il motore trainante della trama di War Machine.
Qui il protagonista tenta di abbattere il gigante d'acciaio utilizzando il pensiero laterale e gli strumenti di fortuna che ha a disposizione, e questo evoca immediatamente le boss fight iconiche della saga targata Konami, dove la vittoria arriva sì grazie alla forza bruta ma anche attraverso l'osservazione dei pattern d'attacco, l'uso dell'ambiente e l'individuazione di quel singolo, minuscolo punto debole in una corazza apparentemente impenetrabile. E cosa dire delle finestre di attacco tanto care all'universo videoludico? Momenti decisivi da sfruttare per infliggere danni al nemico che in War Machine sono la chiave di volta per la sconfitta del mech alieno, e che strizzano l'occhio alle meccaniche che tutti conosciamo.
Ad ogni modo, sebbene 81 sia un Ranger che si trova a badare a un gruppo di novellini, se paragonati alla sua esperienza, è il suo atteggiamento e le sue ferite a trovare una vaga connessione con Solid Snake e Big Boss. Quello a cui Ritchson presta le fattezze è infatti un protagonista che incarna l'archetipo del soldato stanco, un veterano ferito che si ritrova coinvolto in una situazione che rischia di travolgerlo per via delle sue dimensioni mastodontiche.
E nonostante manchi la classica bandana o la benda sull'occhio, il suo linguaggio del corpo e il suo approccio pragmatico al pericolo richiamano inevitabilmente la figura di Snake; un guerriero riluttante che diventa l'ultima linea di difesa contro una catastrofe tecnologica. Un tema che i fan di Metal Gear portano nel cuore da oltre trent'anni.
Dove le strade si dividono
Malgrado queste analogie di carattere visivo e spirituale, bisogna comunque riconoscere che, al netto della sua scarsa qualità, War Machine si distacca dalla visione di Kojima per trovare la propria voce. Metal Gear Solid è una saga articolata e multiforme, caratterizzata da trame intricate che coinvolgono cloni, burattinai misteriosi come i Patriots e a cui si aggiunge sempre una spolverata di soprannaturale; War Machine, al contrario, punta su una narrazione più asciutta e focalizzata.
Qui la minaccia è fisica, immediata, e la vicenda è portata avanti da personaggi costruiti con superficialità, le cui crepe non lasciano mai intravedere quel minuzioso lavoro di design che invece Kojima ha sempre riservato alle figure che hanno reso grande il franchise. Inoltre, laddove il designer giapponese usa il mech come simbolo di una deterrenza nucleare globale, l'opera di Hughes sembra servirsene più come un mostro cinematografico inarrestabile; il che trasforma di fatto la pellicola in un thriller di sopravvivenza ad alta tensione ma dallo scarso contenuto tematico.
La guerra è cambiata?
In definitiva, il fatto che War Machine sia stato scambiato per un film di Metal Gear Solid non è un demerito per la pellicola di Netflix, né una dimostrazione di avventatezza da parte del pubblico. È, al contrario, il più grande complimento possibile alla lungimiranza di Hideo Kojima e Yoji Shinkawa: nel corso della sua carriera, il duo ha infatti creato un'iconografia così potente da essere diventata il filtro attraverso il quale i fan finiscono bene o male per interpretare parecchia della tecnologia militare futuristica che vedono sullo schermo.
Il pubblico ha "visto" Metal Gear Solid nel trailer di War Machine perché, in fondo, tutti noi stiamo ancora aspettando una trasposizione cinematografica delle avventure di Snake, questo è innegabile. "La guerra è cambiata", diceva un vecchio soldato incanutito in un celebre prologo; e a giudicare dal film di Patrick Hughes, perlomeno quella cinematografica, ammicca sempre di più a quella videoludica.