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Da dove vengono gli zombie "più umani" di Resident Evil Requiem?

Sono una delle novità più intriganti del nuovo videogioco Capcom: questi zombie sembrano non aver dimenticato chi erano in vita.

SPECIALE di Fabio Di Felice   —   12/02/2026
In Resident Evil Requiem gli zombie avranno dei comportamenti più umani
Resident Evil Requiem
Resident Evil Requiem
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Grace Ashcroft entra in una stanza, accucciata, secondo quella assurda convinzione videoludica che accucciati si faccia meno rumore del normale. Già da fuori si sente che all'interno di quel posto c'è qualcuno ad attenderla. Non è pronta, però, a quello che si trova davanti: quando entra vede una donna zombie che sta pulendo freneticamente uno specchio. È talmente assorbita dal suo compito che non la nota nemmeno. Grace passa, rincuorata. Io però resto a guardare, perché di Grace mi interessa fino a un certo punto quando, davanti a me, ho l'evoluzione di uno dei veri protagonisti della saga di Resident Evil: lo zombie. Soprattutto c'è una cosa che mi piace: questa figura famelica che proviene da un'ispirazione dichiarata ai film di George Romero che Mikami amava ci sta lentamente tornando. Perché Romero è stato il primo a capire che l'unica evoluzione possibile avviene nel mostro, non nel sopravvissuto.

Anche Koshi Nakanishi, il director del progetto, l'ha indicata come una delle novità più sorprendenti di questo Resident Evil: gli zombie sembrano ricordare alcuni compiti, alcune abitudini che avevano in vita. Nell'ultimo showcase li vediamo pulire, oppure camminare per il corridoio spegnendo le luci, oppure ancora portare avanti mestieri che svolgevano prima di morire, come il macellaio. Non è un semplice vezzo, ma un cambio di paradigma potenzialmente potentissimo. Perché ci rammenta che gli zombie erano esseri umani e nel nostro sbarazzarcene senza pietà non dovremmo mai dimenticare che siamo a un passo dal diventare come loro. O forse lo siamo già: gli zombie agiscono come comunità inconsapevole, incarnano un'umanità svuotata, ma coerente.

Attenzione a considerarli troppo umani: gli zombie hanno fame
Attenzione a considerarli troppo umani: gli zombie hanno fame

Galeotto fu George A. Romero, uno dei più grandi registi di tutti i tempi, quando nel 1968 cambiò una volta per tutte la figura dello zombie con il suo La notte dei morti viventi: l'essere umano ritornante era, prima di tutto, un atto politico. Una critica a un Paese che disprezzava i "ritornanti" dal Vietnam e che arrivava giù in profondità nelle viscere del sistema statunitense per criticare il razzismo e il consumismo. Forse Mikami non ci aveva visto tutto questo, quando nemmeno trentenne aveva deciso di realizzare il suo horror basandosi proprio sulle opere di Romero, ma è chiaro che fu quella la sua ispirazione principale. E oggi, che i suoi zombie stanno per compiere il passo evolutivo più importante per loro, forse vale la pena fermarsi a riflettere. Riflettere su cosa potrebbe significare per questa figura che ha visto un'esplosione di notorietà nei primi anni 2000 - proprio grazie a Resident Evil - e che oggi è un po' scomparsa.

Quando non ci sarà più posto all'inferno…

In Resident Evil gli zombie sono spesso stati un soggetto passivo: subivano gli effetti del virus. Le cose sono andate leggermente in maniera diversa quando si è trattato dei parassiti, come Las Plagas, ma lì siamo già su altri tipi di creature. Lo zombie classico, come lo intendiamo noi, in Resident Evil ha avuto sempre dignità come creatura senza cervello, inesorabile, nonostante abbia dentro di sé appena un soffio di vita che gli permette di stare in piedi. Mikami non aveva pensato molto a caricarli di quella simbologia politica che invece ci aveva messo dentro Romero. Per il regista i morti che camminavano non erano semplici spauracchi, ma strumenti critici per osservare l'umanità. Il 1968 è l'anno dei grandi scontri generazionali, delle proteste, è la fine della Grande Narrazione. Bob Dylan dal 1964 canta The Times They Are A-Changin': "i vostri figli e le vostre figlie sono al di là del vostro comando". In questo momento storico così esplosivo, Romero realizzò un horror fatto con mezzi di fortuna e destinato a cambiare il genere: con meno di 100.000 dollari e una forte ispirazione a Io sono leggenda di Richard Matheson, il regista mise in scena questi esseri umani che tornavano in vita - senza troppe spiegazioni - guidati da una pulsione cieca. I loro comportamenti però sembravano già andare al di là dell'istinto: tornavano nei luoghi familiari, riuscivano a utilizzare gli oggetti, sembravano perfino provare rancore verso i vivi. Forse la loro coscienza non era del tutto scomparsa, aveva solo assunto una forma primitiva.

Make up a parte, è da qui che nascono gli zombie della saga di Capcom: creature primitive, che rappresentano l'eccesso del consumo, ovvero la voglia di consumare sé stessi. Una fame di carne, di umanità, di vita, che li porta a rappresentare una creatura fortemente politica già solo nella sua iconografia. Ma è probabilmente in Zombi (al secolo Dawn of the Dead) che Romero raggiunge l'apice di questo discorso: gli zombie affollano un centro commerciale e non sono attratti dalle prede o dalla promessa di trovare del cibo al suo interno. È semplicemente un luogo che era importante per loro in vita. Il consumo ormai è svuotato di senso. Sopravvive come gesto automatico.

Sono - se possibile - già creature più coese degli esseri umani, che invece si sfaldano e si combattono a vicenda. È un saccheggio a provocare il disastro, è il bisogno umano di consumo che accomuna i vivi e i morti. Capcom esplorò meglio questa deriva in Dead Rising - il primo, insuperabile e indimenticabile - eppure anche gli zombie di Raccoon City sono così: più una creatura tragica che spettacolare. Li vedi vagare senza meta per le strade della città semplicemente perché quel luogo era importante per loro. Non sanno perché sono lì, ma ricordano di esserci stati spesso.

Zombi, nel 1978, trasformava già l'immaginario dei non morti
Zombi, nel 1978, trasformava già l'immaginario dei non morti

Dopo Resident Evil 3, la serie prende le distanze dal lavoro di Romero. Se per il regista lo zombie è sempre di più uno strumento per studiare il comportamento umano - e da questo momento la creatura diventerà sempre più l'eroe delle sue storie, e l'umanità sempre più l'antagonista - in Resident Evil si decide per un'altra strada. Evidentemente più interessata a certe dinamiche commerciali, o semplicemente più proprie dell'intrattenimento, Capcom sceglie di non utilizzare il non morto come motore per una narrazione tragica, virando sull'azione. Gli zombie perdono anche il loro ruolo di rilievo nella saga e vengono sostituiti dagli infetti: i Ganados dal quarto capitolo, poi i Majini nel quinto, e la lente cambia. Questo è invece il momento in cui Romero fa la sua scelta più radicale.

Diciamo che gli consento di continuare a esistere

Ne Il giorno degli zombi avviene la svolta: Bub è un non morto che viene sottoposto a degli esperimenti da parte dell'esercito americano. Viene addestrato per capire quanta umanità sia rimasta in lui. E così comincia ad apprendere, a riconoscere, sviluppa perfino una sorta di legame affettivo. Impara a usare gli strumenti e reagisce ai ricordi del passato. Manifesta delle emozioni riconoscibili. È il primo passo di un'evoluzione, e chiunque abbia visto questo film non ha potuto fare a meno di pensarci quando ha visto gli zombie "umani" di Resident Evil Requiem. Sono probabilmente partiti da qui, da Bub.

Gli zombie di Resident Evil Requiem sembrano ricordare alcune cose che facevano in vita
Gli zombie di Resident Evil Requiem sembrano ricordare alcune cose che facevano in vita

È un momento delicatissimo nella mitologia romeriana, perché è il punto in cui lo spettatore capisce che la morte non cancella tutto; consuma forse, anche lei, sovrascrive, ma non cancella. I gesti di Bub e degli zombie che abbiamo visto nel trailer di Resident Evil Requiem non sono legati alla caccia o all'aggressione: sono residui di vita quotidiana. Ed è un cambiamento importante, perché in un certo senso è quello che Romero ha iniziato a fare proprio nel film del 1985: lo zombie non più come mostro, ma come presenza che abita uno spazio. Certo, pur sempre mossa dal suo istinto primordiale, ma non più un semplice ostacolo.

Con questa consapevolezza in mente, Romero prende un'altra decisione drastica: mentre Bub compie i suoi passi in un'inevitabile evoluzione cognitiva, che vedremo maturare completamente nel film successivo, gli esseri umani regrediscono in maniera sempre più evidente. Il giorno degli zombi segna un passaggio piuttosto netto verso una società che non è più in grado di cooperare, dominata dalla paranoia e dalla violenza, subordinata ad autorità che richiedono un'obbedienza cieca e che, soprattutto, non ha alcun rispetto per le altre forme di vita. In questo ribaltamento dei ruoli, gli zombie diventano sempre più umani e gli umani diventano sempre più mostruosi.

Bub è lo zombie che comincia a evolvere il mostro in Romero
Bub è lo zombie che comincia a evolvere il mostro in Romero

Questo valzer sconvolgente è ciò che probabilmente ha sempre tenuto lontani Resident Evil e George Romero. Dal 1985 in poi, per Romero lo zombie rappresenta il soggetto in formazione, la nuova forma di vita, una speranza per un futuro migliore senza esseri umani. È ancora una volta l'intuizione che aveva avuto Matheson con Io sono leggenda: ribaltare la figura del vampiro e del sopravvissuto, rendere Robert Neville un assassino che ha bisogno di uccidere per ribadire la sua identità di ultimo uomo al mondo. Resident Evil, invece, è legato ai suoi esseri umani: sebbene nel corso della narrazione ne presenti alcuni spregevoli (Albert Wesker, William Birkin, Spencer e tutti i villain di cui vi abbiamo parlato in questo speciale), ha anche le sue figure eroiche che - senza tanti dilemmi morali - combattono le minacce biologiche. Il mondo di Romero è post-umano; quello di Resident Evil è sull'orlo della fine da trent'anni, ma puntualmente qualcuno riesce a metterci una pezza.

I fiori del cielo non funzionano più

Bisogna concludere parlando della fine del percorso evolutivo di Romero e immaginando quale sarà la linea tracciata da Capcom nel post Requiem. In La terra dei morti viventi Romero immagina che ormai gli zombie siano l'equivalente della classe operaia, che prende consapevolezza della propria condizione, in un mondo dove gli umani sono un'élite ultracapitalista arroccata in una città fortificata. L'invasione zombie diventa allora una lotta di liberazione: non c'è un capitolo più politico di questo e ormai i ruoli sono completamente ribaltati rispetto al film del 1968. Gli zombie hanno tutto il diritto di ribellarsi alla spregevole razza umana che, fino a quel momento, li ha vessati, torturati, uccisi. Sono animati da una coscienza collettiva e si ribellano a un sistema fondato su disuguaglianza e sfruttamento.

Gli zombie di La terra dei morti viventi rappresentano la classe operaia per Romero
Gli zombie di La terra dei morti viventi rappresentano la classe operaia per Romero

In Requiem, per quanto ne sappiamo fino a questo momento, il residuo di memoria umana nei morti viventi è - oltre che un interessante espediente di gameplay per rendere gli zombie più imprevedibili - solo un tiepido suggerimento che qualcosa, all'interno di quelle teste marce, è rimasto. Non ci sono indizi che questa intuizione porterà da qualche parte, e dubito che Capcom sia disposta a rinunciare ai suoi eroi umani. Qui sta anche la spaccatura tra il modo di raccontare di Capcom e il modo di raccontare di Romero: il primo è più vicino a una narrazione eroica - e d'altronde ci dà gli strumenti per salvare la situazione; l'altro è una visione nichilista dell'umanità.

Requiem può però rappresentare una visione alternativa interessante di un mondo, quello dei morti, che viene celebrato già nel titolo. Il requiem è una preghiera per chi non c'è più, per chi ha perso la vita, ma abita ancora una Raccoon City diroccata, distrutta per mano umana, dopo che un virus creato dagli esseri umani si è lasciato alle spalle cenere e distruzione. D'altronde anche in Resident Evil a essere spregevoli non sono mai stati i morti che infestavano case e strade di città in fiamme, ma gli esseri umani che li avevano creati, la sete di potere e di denaro. Ecco, in questo Romero e Resident Evil si somigliano, perché si fanno la stessa domanda: non se gli zombie possano diventare umani, ma se gli umani lo sono mai stati davvero.