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Return to Silent Hill, la recensione del film che non ha capito Silent Hill 2

Come fa un videogioco uscito nel 2001 a essere più attuale e più coraggioso di un film del 2026?

RECENSIONE di Fabio Di Felice   —   22/01/2026
James Sunderland si guarda allo specchio in Return to Silent Hill

Si può amare un'opera e fraintenderla completamente? È quello che mi sono ripetuto uscendo dalla visione di Return to Silent Hill. Christophe Gans ama Silent Hill 2. Ce lo ripete da quando, nel 2006, esattamente vent'anni fa, aveva messo in scena il primo film tratto dal capostipite della serie Konami. Gans aveva talmente a cuore la saga da aver mandato un lungo provino direttamente in Giappone, a Konami, per convincerli a cedergli i diritti cinematografici dell'opera. Ci era riuscito e, a quel punto, si era trovato davanti a un altro vicolo cieco: non poteva girare un film sul secondo capitolo della storia senza aver raccontato il primo. Specialmente perché Silent Hill 2 era una bestia a sé: nel videogioco del 2001 non c'era intenzione di portare avanti o reinventare la storia della città o la mitologia della setta iniziata col primo capitolo. Era piuttosto una lunga seduta psicoanalitica nella mente tormentata di James Sunderland.

Dovette quindi fare un passo indietro. Chiese aiuto a uno sceneggiatore esperto come Roger Avary che - per niente legato ai videogiochi - se ne infischiò della coerenza della saga videoludica e mise insieme un pot-pourri di figure e suggestioni che gli piacevano dai racconti entusiasti di Gans. Alla fine il risultato non fu per niente spiacevole. Ma a Gans quel tarlo era rimasto in testa: voleva fare un film su Silent Hill 2. Purtroppo, nel 2012, quella sciagura chiamata Silent Hill Revelations 3D aveva messo una pietra tombale sul franchise cinematografico. E anche quello videoludico se la passava male. Fino a oggi. Nel 2024 Konami ha deciso di rilanciare il brand con un ottimo remake del secondo capitolo (qui la nostra recensione), e contestualmente di dare la possibilità a Gans di mandare giù quel rospo e portare al cinema Return to Silent Hill.

Pyramid Head era già presente (impropriamente) nel primo film del 2006
Pyramid Head era già presente (impropriamente) nel primo film del 2006

Quello che lo attirava di più del videogioco era la chiave di lettura quasi da tragedia greca: dentro ci aveva visto il mito di Orfeo ed Euridice, una tragica storia d'amore e di bugie, di promesse infrante. Il mondo di James e Mary (sua moglie) viveva sulle sfumature, sui non detti, sull'ambiguità morale che fino alla fine tormentava il giocatore e gli torceva lo stomaco con rivelazioni scioccanti. Anzi, diciamola tutta: impensabili per il 2001 videoludico. Silent Hill 2 era un videogioco avanti di venticinque anni e ce lo dimostra il fatto che, per il remake, non è stato necessario intervenire sulla struttura o sui temi della sceneggiatura. Paradossalmente si è dovuto perfino ripulirla da alcune componenti troppo dure per oggi. Però la storia è lì, con tutta quella sensazione agrodolce di malinconia, di follia latente e di senso di colpa derivante dalle letture russe di Takayoshi Sato, che propose Delitto e Castigo come base per costruire il videogioco. Acchiappare quella sensazione era l'unica, vera missione di Gans: proporre una storia che, venticinque anni più tardi, ti facesse venire lo stesso mal di stomaco.

La superficie di Silent Hill 2

Cos'è invece che ha preso di Silent Hill 2 per il suo Return to Silent Hill? La superficie. Nel film James è un pittore bello e giovane, la fotografia dell'artista bohémien. Lo vediamo per la prima volta mentre guida la sua automobile sportiva lungo dei tornanti montani, portandosi dietro le sue tele. Accecato dai fari di un autoarticolato, sbaglia una curva e rischia di investire Mary: una donna di cui si innamora all'istante. I due sembrano fatti l'uno per l'altra, iniziano una relazione e si stabiliscono a vivere a Silent Hill, città natale di Mary.

Salto avanti nel tempo: qualche anno dopo, James è solo, alcolizzato, un relitto umano. Quando torna a casa dopo l'ennesima serata di bagordi trova ad aspettarlo una lettera. È di Mary, che gli chiede di tornare a Silent Hill perché sta succedendo qualcosa e lei ha bisogno di lui. James monta in macchina e guida nella notte fino alla piccola città sul lago, che però non è più il posto felice che ha conosciuto insieme a Mary. Una densa cenere cade dal cielo e si deposita su ogni superficie, orribili creature la abitano e quei pochi cittadini che sono rimasti sembrano impazziti. C'è perfino una trasmissione d'emergenza alla radio che dice che la città è stata evacuata in seguito a un'epidemia.

Nel suo peregrinare per Silent Hill, James incontra tutti i personaggi che ritroviamo anche nel videogioco: Angela e Maria (interpretate dalla stessa attrice di Mary, Hannah Emily Anderson) e Laura, una bambina misteriosa che sembra conoscere James ma che si limita a fargli dei dispetti. E poi Eddie, un uomo che non è riuscito a fuggire dalla città. Ecco, per chi conosce il videogioco, il film è da subito poco chiaro sulla natura di questi personaggi: da una parte ci racconta di una Silent Hill reale, basata sul film del 2006; dall'altra ci presenta figure che provengono evidentemente dall'inconscio di James e dall'universo videoludico. Quale strada vuole seguire Gans? Dare un sequel alla prima pellicola oppure realizzare un'opera autonoma che scandagli la mente tormentata di Sunderland? Il film non sceglie mai.

Le infermiere sono uno dei mostri più riconoscibili tra quelli usciti dall'universo di Silent Hill
Le infermiere sono uno dei mostri più riconoscibili tra quelli usciti dall'universo di Silent Hill

La storia è raccontata attraverso l'impiego di continui flashback, che ci mostrano una città tranquilla e soleggiata quando Mary e James stavano insieme, e poi oscura e pericolosa ora che James è da solo. Nel passato della coppia trova sempre molto spazio la setta religiosa, che è un elemento che riscrive totalmente il mito di Silent Hill 2, ma non per il meglio: è un elemento di sceneggiatura poco convincente, poco coerente e che, tra l'altro, sparisce nella seconda parte del film. Così come la psicologa presso cui James è in cura, personaggio inedito, che non esiste in Silent Hill 2 e che qui ha l'unico compito di funzionare come voce esplicativa per mettere in chiaro ogni passaggio della storia. È lì solo come grillo parlante per gli spettatori più distratti, incaricata di spiegare per filo e per segno ciò che il film non si fida di mostrare.

Se il cinema ha paura di fare il cinema

Come già scritto in precedenza, non era necessario che Gans mantenesse ogni passaggio della storia del videogioco: era importante che mantenesse l'ethos del racconto e la sua capacità di provocare lo spettatore. E, dal momento che parliamo di un horror, anche la sua caratteristica di inquietare. Return to Silent Hill fallisce in entrambi i casi. Come horror è fiacco: utilizza dapprima un paio di jumpscare che non colpiscono nel segno, poi cerca di virare sull'horror a tema religioso alla Polanski, con questa setta che si nasconde in pieno giorno nelle fogne di Silent Hill (è davvero così). Fallito anche quel tentativo - soprattutto perché poi la setta è un elemento che non trova alcun ruolo - cerca di aggrapparsi allo splatter, dimenticando che Silent Hill fa paura perché è prima di tutto un horror dell'anima, quasi mai del corpo.

Angela è interpretata dalla stessa attrice di Mary
Angela è interpretata dalla stessa attrice di Mary

La cosa più grave, però, è aver scelto consapevolmente di smussare l'anima spregiudicata dell'opera, di renderla inoffensiva. Return to Silent Hill è la parabola consolatoria di un personaggio ambiguo come James Sunderland che finisce per essere disgustosamente assolto. Una lettura che conferma il fatto che, se anche Christophe Gans ha apprezzato e amato il videogioco, di certo ha completamente mancato il punto dell'opera. Ed è avvilente scriverlo, perché venticinque anni fa il cinema era il punto di riferimento per i videogiochi: era l'arte più sfumata e più sfrontata che esisteva. Non c'era bisogno di spiegare ciò che le immagini erano in grado di comunicare da sé. È guardando ad Allucinazione Perversa, film del 1990 di Adrian Lyne, che è venuta fuori la matrice grezza, sporca e allusiva di Silent Hill. I videogiochi che volevano osare prendevano da lì: per affrontare tematiche che il medium cominciava a lambire con coraggio e anche un po' di strizza, pescavano da tecniche narrative e registiche che venivano dal cinema. Oggi quello stesso cinema copia il videogioco ma non ha più la forza di essere ambiguo, e anzi prende la scelta terribile di dare una lettura alla stessa storia che sia univoca e consolatoria.

Mi chiedo ancora: è possibile riuscire ad amare un'opera così tanto come Gans ha professato in lungo e in largo e riuscire comunque a fraintenderla? Return to Silent Hill è irrispettoso del videogioco a cui si ispira. Vorrebbe raccontare l'orrore della mente e dell'anima, ma ha paura di sfidare la moralità dello spettatore, di infastidirlo. A poco servono quelle due o tre soluzioni visive interessanti, o anche la maestria tecnica di Gans che azzecca qualche inquadratura, copiandola peraltro dalla regia delle cinematiche del videogioco (e anche questo era impensabile nei primi anni 2000).

James Sunderland torna a Silent Hill dopo aver ricevuto la lettera di Mary
James Sunderland torna a Silent Hill dopo aver ricevuto la lettera di Mary

In Return to Silent Hill non c'è sfida, non c'è incomprensione, non c'è ambiguità. Il suo momento di rivelazione non è rivoltante come quello del 2001, talmente straziante nella sua prima versione che il Team Silent decise di autocensurarsi: è tragicomico. Non c'è dolore. E il fatto che un videogioco di venticinque anni fa affrontasse in modo più sfrontato temi ancora attuali oggi, nel 2026, mentre il film li edulcora trasformandoli in una pacca consolatoria sulle spalle, è offensivo. Non solo per l'opera di riferimento, ma anche per la sensibilità degli spettatori, di cui questo film, evidentemente, non si fida abbastanza.

Conclusioni

Multiplayer.it

4.0

Prendere uno dei videogiochi più coraggiosi e d'avanguardia di sempre e banalizzarlo in una versione edulcorata e priva di ambiguità non è un atto d'amore. Venticinque anni dopo la sua uscita, le persone ricordano ancora la sensazione con cui Silent Hill 2 ti lascia a riflettere sul dolore, sull'amore e sulla complessità dell'animo umano. Return to Silent Hill è invece un film consolatorio e privo di ogni spigolo, che dà risposte facili a domande difficili. Un film che sembra voler spiegare per filo e per segno ogni singolo risvolto della storia a uno spettatore che, evidentemente, ritiene non abbastanza sensibile da coglierne la profondità. A differenza di quanto sostiene Christophe Gans, che ha voluto girare questo film per vent'anni, questa non è un'opera che ama Silent Hill 2: è un'opera che lo detesta, al punto da consegnargli la chiave di lettura più sciatta e banale possibile.

PRO

  • Alcuni momenti esteticamente suggestivi

CONTRO

  • Il racconto da cui proviene è frainteso, banalizzato, fatto a pezzi
  • Non funziona particolarmente come film horror
  • In sceneggiatura inserisce elementi che poi dimentica completamente
  • Il cinema che vuole scimmiottare il videogioco