Prima che un videogioco, I Hate This Place è innanzitutto un fumetto. Partorita dalla mente di Kyle Starks e dalla matita di Artyom Topilin, l'opera vede le due protagoniste, Gabby e Trudy, ereditare un ranch. Chi non vorrebbe ritrovarsi, dall'oggi al domani, proprietario di una bella fattoria immersa nel verde, dove magari passare il resto della propria vita lontani dai ritmi serrati di una metropoli? Peccato che questo appezzamento di terra combaci anche con un territorio in cui sovrannaturale, extraterrestre e demoniaco si incrocino con tremenda e terribile precisione.
Le due ragazze, nel fumetto, sono al centro di cospirazioni, eventi inspiegabili, tremendi omicidi orditi da alieni, fantasmi, diavoli, una roulette russa di presenze terrificanti paragonabile, forse, solo allo sfaccettato bestiario che innescava la furiosa lotta per la sopravvivenza dei protagonisti di Quella Casa nel Bosco, spassosissimo film del 2012.
Il videogioco, affidato alle mani di Rock Square Thunder, sotto l'etichetta Broken Mirror Games, divisione di Bloober Team dedicata a progetti sperimentali e dal budget più contenuto, recupera parte delle premesse della fonte d'ispirazione, tira fuori dal cilindro una protagonista nuova di zecca, Elena, e tenta di trasporre lo spirito del fumetto in un'avventura con visuale isometrica dalle meccaniche interessanti. Un titolo che, nella sua imperfezione, potrebbe intrigare chi cerca un'esperienza dalle tinte horror, diversa dal solito.
Vietato correre!
Elena e la sua amica Lou stanno facendo qualcosa che non andrebbe fatto. A pochi passi dal Rutherford Ranch, terra maledetta e infestata da spiriti, sette sataniche e agenzie cospirative, stanno compiendo un rito occulto, nel disperato e folle tentativo di contattare la madre morta della protagonista del gioco. Qualcosa, ovviamente, va irrimediabilmente storto. Elena si risveglia confusa e disorientata. La sua amica è sparita nel nulla. Parte così la missione di ricerca ed eventuale salvataggio, un'avventura solo nel suo preambolo lineare e costretta all'interno di una base governativa, territorio ideale in cui familiarizzare con un gameplay che fa dello stealth uno dei suoi pilastri portanti.
Il laboratorio, difatti, è infestato da creature mostruose prive di vista, ma dotate di un udito sopraffino. Elena, armata di una semplice mazza da baseball, non può far altro che muoversi con circospezione, stando ben attenta a dove mette i piedi. Come in un fumetto, ogni rumore particolarmente forte si accompagna con il palesarsi sullo schermo di un'onomatopea corrispondente, primo tra gli indizi, che la presenza della protagonista potrebbe essere notata dai violenti abitanti dell'edificio.
Pestare dei vetri per terra, correre velocemente, attivare dei meccanismi, aprire le porte, sono tutte azioni che attireranno su di voi l'attenzione dei mostri. La visuale isometrica, in questo senso, aiuta a farvi un'idea di massima dei dintorni, facilitandovi nell'individuazione degli ostacoli e dei nemici.
Il tutorial, insomma, si dimostra perfettamente in grado di inculcare le basi ludiche su cui poggia I Hate This Place. Muoversi accovacciati diventa la regola, individuare le vie di fuga è fondamentale, aguzzare la vista in cerca di sentieri celati e oggetti da recuperare è l'unico modo per raggiungere la successiva tappa del viaggio.
Tutti i motivi validi per odiare questo posto
Una volta superata questa fase iniziale, vi accorgerete tuttavia che le istanze stealth non sono che una parte di quel tutto che compone I Hate This Place. Arrivati al ranch, scoprirete che non si tratta solo di un luogo in cui rifiatare e salvare la partita. La fattoria è un vero e proprio centro che si arricchirà, progressivamente, di tavoli da lavoro e depositi grazie ai quali costruire un gran numero di oggetti. Pistole, bombe, proiettili, per esempio, strumenti utili per eliminare almeno parte dei nemici che vi si pareranno di fronte, sfruttando l'analogico destro come mirino, in pieno stile twin stick shooter. Anche bende per curare le ferite e manicaretti con cui tenere a bada la barra della fame che gestisce il consumo della stamina, fondamentale per tentare una fuga disperata dai nemici.
Proprio in questi ambiti si annidano tutti gli scricchiolii della produzione. Tanto per cominciare, l'utilità del crafting è molto relativa, oltre che altalenante. A fasi alterne non troverete nessuna risorsa per rimpinzare il vostro inventario, salvo godere, tutt'un tratto, di un'abbondanza tale da rendere completamente inutile il ritorno al ranch per ricaricarvi di risorse.
Inerente a fame e stamina, inoltre, si intreccia da una parte l'estrema velocità con cui Elena comincerà a soffrire i morsi della fame, una problematica resa ancor più grave dal fatto che il consumo di calorie non si arresterà nemmeno durante i dialoghi e la lettura dei vari documenti che troverete in giro. Ciò renderà particolarmente frustranti certi passaggi, impossibilitati come sarete, anche per lunghi tratti, a sfruttare appieno le doti atletiche della protagonista. Dall'altra, proprio le abilità fisiche di Elena mettono in luce l'estrema legnosità del sistema di controllo. Se è vero che parte della tensione che il gioco vuole suscitare, un po' come accadeva nei vecchissimi survival horror, deriva e si alimenta di una certa difficoltà nel direzionare magistralmente l'avatar, è altrettanto innegabile che si incappi in qualche game over di troppo proprio perché, mentre i nemici si muovono perfettamente nello spazio digitale, non sarà raro incastrarsi da qualche parte, non imboccare il corridoio con la dovuta rapidità o esibirsi in una facile schivata proprio perché il software non traduce in modo diretto e snello i comandi impartiti.
Nel novero dei difetti vanno anche considerate anche alcune magagne tecniche. Per esempio, ci è capitato un blocco totale del gioco. I caricamenti sono generalmente lenti, anche a fronte di un comparto estetico sì d'effetto, molto fumettoso, ma di certo non particolarmente esoso in termini di potenza richiesta all'hardware di turno. Il frame-rate è ballerino in diverse occasioni. Non sono nemmeno rarissimi i bug, con effetti sonori che non si attivano o oggetti che restano incastrati nei muri. Nulla di così penalizzante, o che una bella patch non possa risolvere, ma le sbavature ci sono.
Tutti i motivi validi per amare questo posto
Nonostante un comparto tecnico rivedibile, un sistema di controllo non ottimale e il crafting che funziona e non funziona, se c'è una cosa che rende I Hate This Place tanto interessante è come riesca a creare un mondo di gioco coerente e che organicamente sviluppa una serie di quest completabili in un ordine quasi del tutto ad appannaggio del giocatore. Il design dei livelli, inoltre, è totalmente al servizio delle istanze stealth, caratteristica che rende ogni passo incerto, carico di tensione, punto di non ritorno potenzialmente mortale.
La fattoria degli zii di Elena è il centro di un piccolo mondo. A sud c'è la palude nella quale, si dice, abbia perso la vita in modo tragico il membro di un oscuro culto. A ovest un cacciatore è disperso, forse ucciso da una mandria di cervi carnivori. A nord, da qualche parte, è sepolta una base segreta e nessuno sa che fine abbiano fatto i militari e gli scienziati che ci lavoravano dentro. I Hate This Place mette a disposizione del giocatore diverse missioni, ognuna con una sua ricompensa, ognuna con un pezzo di puzzle che vi avvicinerà alla risoluzione dei tanti misteri che aleggiano in questo spaccato di mondo, ognuna con personaggi da incontrare e che torneranno utili in qualche modo.
I biomi che compongono la mappa sottendono regole proprie, caratteristica che spinge il videogiocatore ad adattarsi di continuo a nuove minacce e pericoli. Nella palude dovreste stare attenti a non finire impantanati da qualche parte. In altre zone non sarà raro saltare dalla sedia per l'improvvisa apparizione di qualche spettro. Altre ancora possono introdurvi a dimensioni parallele in cui non potrete far altro che fuggire dalle presenze nemiche. Tutte le aree intorno alla fattoria hanno i loro ostacoli da superare e particolari elementi dello scenario che esploderanno, scricchioleranno, produrranno qualche rumore che attirerà l'attenzione dei mostri in pattugliamento.
La mappa saprà indirizzarvi solo sommariamente verso la successiva destinazione necessaria per completare l'incarico di turno. La totale assenza di icone a schermo, una caratteristica che poco tempo addietro abbiamo incontrato anche nel piacevolissimo Hell is Us, potrebbe infastidire e disorientare parte del pubblico. Tuttavia, ci sentiamo di premiare completamente questa scelta di design che rende ulteriormente incerta, ma anche ricca di sorprese, l'esplorazione nei panni di Elena.
Anche il ciclo giorno/notte infonde un pizzico di varietà e tensione in più. Durante le ore diurne gli scenari appariranno meno minacciosi e scovare oggetti da raccogliere e strade da seguire verrà facilitato dalla maggior visibilità. Al calare delle tenebre, l'individuazione dei nemici sarà più complessa e cadere nelle trappole diventerà questione di un minuscolo momento di distrazione. I Hate This Place non gioca tanto sugli spaventi, quanto nell'infondere nel videogiocatore un costante senso di oppressione, di ansia, di insicurezza e in questo riesce benissimo, soprattutto in certe specifiche situazioni, come quando ci si accorge che il sole sta tramontando e nell'inventario non sono rimaste molte munizioni.
L'assenza di indicatori su schermo, la necessità di muoversi quasi costantemente con circospezione, il bisogno di rimpinzare frequentemente la barra della fame, sono tutte caratteristiche che frammentano il ritmo dell'esperienza. Si apre spesso la mappa, si controlla di continuo l'inventario, ci si ferma frequentemente a sbirciare i dintorni per stabilire il percorso da seguire, in modo da evitare brutte sorprese e nemici. Non si tratta, insomma, di un gioco adatto a una moltitudine di palati differenti. Bisogna essere attratti da un gameplay spesso riflessivo, tendenzialmente lento, ma anche per questo capace di premiare il giocatore con ogni oggetto ritrovato, con un enigma risolto sfruttando materia grigia e abilità con il pad, con un gruppo di mostri attentamente evitati senza attirare la loro attenzione.
Conclusioni
I Hate This Place è un gioco horror con visuale isometrica che propone un'esperienza dai ritmi compassati, in cui lo stealth è preponderante e che vi spinge ad esplorare una mappa open world zeppa di misteri, trappole, terribili mostri, ma priva di qualsiasi indicatore utile per orientarsi. Il titolo di Rock Square Thunder si configura anche per questo come un'esperienza adatta ad un pubblico ben selezionato, ristretto, per nulla impensierito dal dover entrare in sintonia con un'avventura a tratti spigolosa, mortificata da qualche difetto. Un sistema di controllo non proprio reattivo, alcuni bug, l'utilità molto altalenante del crafting, sono storture che dovrete accettare di buon cuore. Tuttavia, per chi saprà scendere a compromessi con i limiti e le particolarità di I Hate This Place, scoprirà un gioco, della durata complessiva di circa otto ore, caratterizzato da un open world denso, ricco di sorprese, ma anche di pericoli e minacce a cui prestare costantemente attenzione.
PRO
- Mondo di gioco ristretto, ma molto denso
- Biomi ben caratterizzati
- Il ciclo giorno/notte infonde ulteriore varietà
CONTRO
- Sistema di controllo non particolarmente reattivo
- Crafting utile solo a fasi alterne
- Qualche bug