Con il caldo soffocante di queste settimane, la voglia di rinfrescarsi con un bel bagno al mare, in piscina o in qualsiasi specchio d'acqua è più forte che mai. Se però nella realtà non vediamo l'ora di tuffarci per sfuggire all'afa, chi è appassionato di videogiochi sa bene che l'acqua nasconde spesso i pericoli peggiori.
Non è un caso che i livelli acquatici siano da sempre considerati tra i più difficili e brutali della storia dei videogiochi. Muoversi sott'acqua significa quasi sempre perdere parte della propria libertà di movimento e fare i conti con ostacoli aggiuntivi, prima fra tutti la costante carenza di ossigeno. Per molti giocatori basta ancora oggi sentir parlare di una sezione subacquea per risvegliare traumi mai davvero superati.
Per affrontare proprio questi traumi abbiamo deciso di ripercorrere alcuni dei livelli e dei momenti ambientati sott'acqua più difficili, frustranti o semplicemente assurdi che hanno lasciato il segno nella storia dei videogiochi. E se anche voi avete un incubo acquatico che vi tormenta ancora oggi, fatecelo sapere. Intanto ecco quelli che speriamo di non dover affrontare mai più.
Super Mario 64
Quando si parla di livelli acquatici iconici è impossibile non pensare a Super Mario 64, che ne propone ben due: Jolly Roger Bay e Dire, Dire Docks. Il primo è probabilmente il più ricordato, mentre il secondo è quasi interamente ambientato sott'acqua e mette alla prova le abilità di nuoto di Mario.
Per l'epoca, Nintendo realizzò un sistema di movimento sorprendentemente convincente, ma questo non significa che nuotare fosse sempre piacevole. Alcune Stelle richiedono, infatti, una notevole precisione, tra percorsi da completare rapidamente e anelli di bolle da attraversare senza sbagliare, mentre l'ossigeno costringe comunque a tenere sempre d'occhio la barra dell'aria.
Il vero trauma, però, aveva un nome ben preciso: Unagi, l'enorme anguilla nascosta nel relitto di Jolly Roger Bay. Bastava avvicinarsi alla sua tana per vederla uscire all'improvviso con quell'aspetto inquietante e gli occhi sbarrati. Da bambini serviva più coraggio per affrontare lei che Bowser stesso ed è probabilmente il motivo per cui, ancora oggi, tanti ricordano il livello più per quella gigantesca anguilla che per le Stelle da raccogliere.
Kingdom Hearts
L'Atlantica del primo Kingdom Hearts non è mai stata una delle ambientazioni più amate della serie. L'idea di esplorare il regno della Sirenetta era affascinante, ma i controlli subacquei rendevano i combattimenti molto meno divertenti rispetto al resto dell'avventura e orientarsi tra i fondali non era sempre immediato.
Eppure, Kingdom Hearts II è riuscito nell'impresa di fare persino peggio. Invece di migliorare l'esplorazione subacquea, Square Enix ha trasformato Atlantica in un lungo rhythm game che interrompe completamente il ritmo dell'avventura, mettendo da parte il sistema di combattimento che rappresenta il cuore del gioco. Tolta l'immancabile Under the Sea, gran parte dei brani è piuttosto dimenticabile e completare questa sezione al 100% è diventata per molti una delle parti più faticose dell'intero gioco.
Resta poi una certezza assoluta: il Paperino metà polpo visto ad Atlantica continua ancora oggi a essere una delle creature più inquietanti mai partorite dall'universo Disney. Più che un personaggio de La Sirenetta, sembra uscito direttamente da un racconto di H.P. Lovecraft.
Monster Hunter Tri
Cacciare enormi mostri anche sott'acqua sembrava un'evoluzione naturale per una saga basata sull'affrontare creature gigantesche in ambienti selvaggi. Monster Hunter Tri provò a portare per la prima volta le battute di caccia anche negli abissi, introducendo scontri completamente tridimensionali in cui il giocatore poteva muoversi in ogni direzione.
Il problema era che, nella pratica, queste sezioni finivano spesso per essere frustranti. I movimenti del cacciatore erano molto più lenti rispetto a quelli sulla terraferma, mentre una telecamera difficile da gestire rendeva molti combattimenti poco piacevoli, trasformando alcune delle cacce più impegnative in una lotta contro i controlli prima ancora che contro i mostri.
Alcune creature introdotte in queste sezioni, come il maestoso Lagiacrus, sono per fortuna tornate nei capitoli successivi, dimostrando che il problema non erano i mostri acquatici in sé. La vera vittima di Monster Hunter 3 è stata proprio la componente subacquea, abbandonata nei capitoli successivi e probabilmente non rimpianta dalla maggior parte dei cacciatori.
Tomb Raider II
Chi è cresciuto con Lo squalo di Steven Spielberg probabilmente ha sempre guardato con un certo timore alle profondità marine. Tomb Raider II ha pensato bene di sfruttare proprio questa paura con 40 Fathoms, una delle sezioni più angoscianti dell'intera avventura, in cui Lara Croft deve raggiungere il relitto sommerso della Maria Doria circondata da squali.
La tensione nasce soprattutto dall'atmosfera. Si parte in mare aperto con pochi punti di riferimento, bisogna orientarsi tra i corridoi del relitto e la barra dell'ossigeno cala costantemente, lasciando pochissimo margine d'errore. Ogni esitazione rischia di trasformarsi in una morte e in un inevitabile caricamento dell'ultimo salvataggio.
Come se non bastasse, Lara può contare soltanto su un modesto fucile arpione per difendersi dai predatori che infestano la zona. Tra ambienti claustrofobici, ossigeno sempre agli sgoccioli e squali pronti ad attaccare, l'unico obiettivo del giocatore finisce presto per diventare uno solo: tornare il prima possibile sulla terraferma.
Devil May Cry
Quando si pensa al primo Devil May Cry vengono subito in mente gli spettacolari combattimenti di Dante, il carisma del protagonista e il gioco che ha praticamente dato vita al genere dei moderni action. Difficilmente, però, qualcuno ricorda la famigerata Ghost Ship. Anzi, probabilmente molti l'hanno rimossa dalla memoria per un semplice istinto di sopravvivenza.
A un certo punto dell'avventura, infatti, Dante è costretto a immergersi nelle profondità marine per esplorare una nave sommersa. Il problema è che il gameplay cambia completamente: la telecamera passa alla prima persona, il protagonista perde quasi tutto il suo arsenale e può difendersi soltanto con uno spara arpioni, decisamente meno divertente della spada e delle iconiche pistole con cui ha massacrato demoni fino a quel momento.
Il risultato è una delle sezioni più lente e macchinose dell'intero gioco, che interrompe bruscamente il ritmo dell'avventura proprio quando il sistema di combattimento stava dando il meglio di sé. Non è un caso che quasi nessuno citi mai questa parte quando parla del primo Devil May Cry: tutti ricordano i combattimenti spettacolari, mentre la Ghost Ship sembra essere stata sepolta nei ricordi insieme alla nave stessa.
Half-Life
Cosa c'è di peggio che immergersi nell'acqua e trovarsi contro un grosso squalo? Naturalmente, trovarsi contro uno squalo proveniente da un pianeta alieno. Le sezioni acquatiche di Half-Life non erano particolarmente numerose, ma riuscivano a trasmettere una tensione incredibile proprio grazie alla paura dell'ignoto.
La cosa più inquietante di questi momenti era vedere questo grosso pesce alieno spuntare dall'acqua mentre ci si trovava ancora sulla terraferma, consapevoli che per quanto potessimo attendere, prima o poi saremmo stati costretti a buttarci in acqua e affrontare il pericolo.
Era un modo semplice, ma efficace per trasformare una normale sezione di passaggio in un momento di puro terrore, dimostrando ancora una volta quanto Half-Life fosse davvero avanti per l'epoca in cui uscì, riuscendo a creare sempre le giuste atmosfere piene di tensione.
Sekiro: Shadows Die Twice
Il capolavoro di FromSoftware ci mette nei panni dell'agile e letale Lupo, uno shinobi determinato a salvare il proprio padrone affrontando avversari temibili in duelli all'arma bianca, dove la meccanica del parry ha trovato una delle sue migliori interpretazioni. Anche Sekiro, però, nasconde una sezione completamente diversa dal resto dell'avventura: verso la fine del gioco, il nostro shinobi dovrà esplorare un'ampia area sommersa, dove potrà trovare diversi segreti, ma anche affrontare nemici particolarmente fastidiosi, capaci di attaccare dalla distanza e difficili da eliminare, soprattutto considerando i controlli meno precisi rispetto alle sezioni sulla terraferma.
Il momento più inquietante arriva però quando bisogna attraversare una zona sorvegliata da una gigantesca carpa, una creatura capace di divorare il Lupo in un solo boccone, se dovesse individuarlo. Per una volta non basta affidarsi alla propria abilità con la spada: bisogna muoversi con cautela, sfruttando il silenzio e la pazienza per evitare un pericolo impossibile da affrontare direttamente.
Fortunatamente, questa è una delle poche occasioni in cui Sekiro ci costringe a confrontarci con un ambiente simile. Dopo aver superato quella sezione, tornare sulla terraferma e affrontare anche i boss più difficili sembra quasi un sollievo, visto che almeno si potrà finalmente tornare a difendersi senza limitarsi soltanto a nascondersi.
Teenage Mutant Ninja Turtles (NES)
Il primo Teenage Mutant Ninja Turtles per NES è ricordato con affetto da molti giocatori, essendo uscito in uno dei momenti di massimo splendore per la serie animata dedicata alle Tartarughe Ninja. I motivi che però lo hanno reso immortale sono legati al famigerato livello acquatico della diga, uno dei più crudeli dell'epoca.
In quest'area bisogna disinnescare una serie di bombe prima dello scadere del tempo, nuotando in un intricato labirinto pieno di alghe elettrificate. Il problema è che basta sfiorare queste alghe per perdere una quantità enorme di salute, mentre il tempo a disposizione è davvero pochissimo.
Tra la corsa contro il tempo, il nuoto poco preciso e la continua paura di commettere un errore, questo livello è diventato uno degli incubi più ricordati dell'era Nes, capace di mettere in crisi anche i fan più pazienti delle Tartarughe Ninja.
The Legend of Zelda: Ocarina of Time
Se esiste un livello acquatico diventato una vera e propria leggenda per la sua capacità di far perdere la pazienza ai giocatori, quello è senza dubbio il Water Temple di The Legend of Zelda: Ocarina of Time. Ancora oggi basta nominarlo per scatenare ricordi traumatici in chiunque abbia affrontato uno dei dungeon più discussi nella storia della serie.
Il problema non è tanto la difficoltà dei combattimenti, quanto la struttura del livello. Il tempio è un enorme labirinto su più piani in cui bisogna modificare continuamente il livello dell'acqua per raggiungere nuove stanze. Come se non bastasse, nella versione originale del gioco è necessario mettere e togliere in continuazione gli Stivali di Ferro, aprendo ogni volta il menu dell'equipaggiamento e interrompendo costantemente il ritmo dell'avventura.
Il risultato è un dungeon che mette alla prova soprattutto la pazienza. Basta dimenticare una stanza, un passaggio o il punto in cui suonare la Ninna Nanna di Zelda per modificare il livello dell'acqua e ci si ritrova a vagare senza meta chiedendosi cosa ci si sia persi. Le versioni successive hanno reso questa parte meno macchinosa, ma il Water Temple resta ancora oggi uno dei livelli acquatici più famigerati nella storia dei videogiochi.
Sonic the Hedgehog
Sonic è da sempre conosciuto per la sua velocità e il gameplay frenetico, ma tutto cambia quando deve affrontare i suoi temibili livelli acquatici. Quello più famoso, e probabilmente anche il più odiato, è Labyrinth Zone, presente nel primissimo capitolo della serie. Come suggerisce il nome, è un intricato labirinto di cunicoli sommersi in cui è facilissimo perdere l'orientamento.
Il problema principale, però, non è tanto il labirinto, quanto il modo in cui il gioco stravolge completamente il gameplay. Sott'acqua Sonic è molto più lento del solito e deve costantemente cercare bolle d'aria per non rimanere senza ossigeno.
Il vero incubo è la celebre musica che parte quando il tempo sta per scadere: una melodia ansiogena diventata iconica, capace ancora oggi di far salire il battito cardiaco a intere generazioni di giocatori che ricordano la disperata ricerca dell'ultima bolla d'aria.