Non riesce a muoversi. Se ne sta lì mentre la mano fantasma gli risale il braccio, scivolando come una pallida lumaca sulla sua pelle e lasciando una traccia fredda. Risale il collo, la bocca, il naso; si ferma sugli occhi. Poi il corpo reagisce catapultandosi fuori dal futon. Non è una scena di Fatal Frame II: Crimson Butterfly, ma quasi: è un'esperienza vissuta da Makoto Shibata, lo storico creatore della serie. Accanto a lui, quella notte, c'era una donna fantasma. La reazione è stata più veloce della parte razionale del cervello, ma Shibata di fantasmi ne ha già visti parecchi. Da bambino sentiva la parata di spettri passare sotto la finestra di casa dei suoi genitori, e lui cercava di fotografarli invano. E quando racconta tutte queste storie - specialmente quella della donna fantasma che gli è capitata durante la lavorazione di Fatal Frame II - sorride. Fa parte del suo personaggio, fa parte del suo lavoro. E fa parte della sua opera.
È anche così che si esprime quel suo talento di raccontarsi e di raccontare i suoi videogiochi, come fossero parte di una grande e terrificante leggenda metropolitana iniziata nel 2001 su PlayStation 2. Quella volta aveva tirato fuori dai suoi ricordi, dalle sue esperienze e dalla sua fantasia la Magione Himuro del primo Fatal Frame. Shibata ha continuato a raccontare le sue stranezze, tra realtà, occultismo e mito, facendo sopravvivere la serie grazie anche alla purezza delle intenzioni: restituire un perfetto racconto di onryo, fantasmi in cerca di vendetta legati a luoghi maledetti. Tra questi, sicuramente, spicca il villaggio Minakami, il posto in cui è ambientato Fatal Frame II: Crimson Butterfly.
Il tempo è stato galantuomo con questo videogioco, perché lo ha trasformato in ciò che voleva essere: una storia spaventosa da sussurrare attorno al fuoco. Ne ha alimentato la fama come uno dei titoli più spaventosi di sempre, man mano che - come quel braccio fantasma su Shibata - Fatal Frame II infestava le classifiche dei videogiochi horror. Veniva citato da Neil Druckmann (il creatore di The Last of Us) come una delle esperienze più terrorizzanti che avesse mai fatto. Una leggenda metropolitana che diventava più grande di sé, sopravviveva, metteva radici. Al punto che, nel 2012, Koei Tecmo pensò di raccontarla di nuovo con un remake per Nintendo Wii, modernizzando il sistema, aggiungendo materiale e mantenendo la scorza grezza. E oggi, a distanza di quattordici anni, questa storia di fantasmi arriva a noi con un secondo remake. Shibata è ancora lì, aggrappato a questo luogo infausto, come una presenza di cui - per fortuna - non puoi liberarti.
Un distillato del perfetto horror
Fatal Frame II: Crimson Butterfly è la storia di Mio e Mayu, due sorelle gemelle che, all'inizio del gioco, si perdono in un bosco e finiscono nel villaggio Minakami. La loro è una notte senza fine: la Luna splende alta nel cielo e illumina le strade di quel posto spettrale, apparentemente dimenticato dal mondo. Il paese è piccolo: spiccano le case delle famiglie principali - Kiryu, Osaka, Tachibana e Kurosawa - un tempio, un cimitero e poco altro. Come in un sogno febbrile, le ragazze cominciano a esplorare il luogo: vogliono capire come mai sono finite lì, e anche perché una delle due, Mayu, ha degli strani flash che le mostrano cos'è successo al villaggio. Nell'incipit il razionale si spegne e, come in un brutto sogno, le ragazzine diventano le guide turistiche in un ambiente solo apparentemente privo di vita, e in realtà pieno di morte: i fantasmi.
Fatal Frame II è costruito a puntino per fare paura. Non c'è un modo migliore di definirlo che non: spaventoso. Ed è sicuramente grazie all'immensa conoscenza del mezzo di Shibata. Se anche non si vuole credere ai suoi incontri ravvicinati con i fantasmi che, a suo dire, lo hanno tormentato bonariamente per tutta la vita, allora bisogna risalire alla sua cultura cinematografica, al gusto per il mito, alla maestria del racconto dell'orrore. In Fatal Frame II si esprime al meglio l'influenza del boom dell'occulto che dagli anni '70 ha alimentato la passione dei ragazzini giapponesi per le toshi densetsu, le leggende metropolitane, come quella del Villaggio Sugisawa, nella prefettura di Aomori, cancellato dalle mappe dopo che una notte infausta un abitante impazzì e uccise tutti i concittadini. Troppo vicina alla storia delle gemelle per essere un caso. Oppure la fascinazione per la shinrei shashin, la fotografia spiritica, e le storie degli onryo, gli spiriti inquieti e vendicativi.
C'è anche l'amore per l'immagine, una cura per la composizione dell'orrore che gli arriva dal miglior cinema di genere: da Ringu di Hideo Nakata fino alla serie Ju-on di Takashi Shimizu. Quella di Fatal Frame II è una grande storia spezzata, fatta di tante piccole vite che possiamo leggere attraverso i diari dei protagonisti che hanno abitato il villaggio, o dei malcapitati che ci sono finiti dentro e che ora vagano per le sue strade sotto forma di anime tormentate che hanno conosciuto una fine violenta. La grana della pellicola è spessa, l'atmosfera è opprimente e malsana, quasi soffocante. Koei Tecmo e Team Ninja si sono portate dietro la voglia di realizzare un horror sporco, per niente patinato, tipico dell'epoca PlayStation 2.
La narrazione risulta così perfetta: un distillato di paura che vive non solo nei frammenti dei testi, scritti con gusto e inquietudine, ma anche nella straordinaria messa in scena dei luoghi che attraversiamo. Vecchie case fatiscenti, il legno marcio, le bambole con la classica iconografia dello yurei come Sadako, capelli neri lunghi davanti al volto. Le gemelle che ci ricordano il crudele rituale del villaggio. Ogni stanza, ogni puzzle, ogni elemento è pensato per alimentare l'angoscia del giocatore. Ma il lavoro più incredibile in tal senso è quello sul sound design: il mondo di Fatal Frame II è scricchiolante, costruisce sul vuoto, sul silenzio e inquieta attraverso voci sussurranti che provengono dai corridoi e dai ricordi che infestano le mura delle dimore. È un videogioco che sa quello che fa; un horror senza alcun compromesso. La cui essenza è pura e intatta.
Nessun compromesso
Questa sua eccellente purezza Fatal Frame II se la porta dietro anche per quanto riguarda il gameplay. Il titolo intende mettere a disagio il giocatore con tutti i mezzi che ha a disposizione. Coinvolgendo vista e udito in una sinfonia di terrore come ce ne sono poche nel mondo dei videogiochi, ma anche facendolo sentire goffo e impotente, soprattutto nelle prime ore di gioco. Mio è una ragazza comune in un villaggio abitato da presenze soprannaturali. Non solo ha paura ed è terrorizzata dal buio dei luoghi che visita, occasionalmente illuminati dalla luce di una torcia che trova quasi subito, ma è anche molto goffa nelle mani del giocatore.
Sebbene il sistema di controllo sia stato cambiato da quello dell'epoca PlayStation 2 (che prevedeva i tank control e le telecamere fisse), e sia una diretta evoluzione di quello dell'edizione Wii, i movimenti di Mio continuano a essere particolarmente legnosi. Questo anche perché spesso i luoghi che ci troviamo a esplorare sono piccoli, la telecamera - alle spalle della protagonista - non ci aiuta particolarmente e fronteggiare i fantasmi è complesso. Perché invece loro tendono a sbucare letteralmente fuori da ogni angolo. Pavimenti, soffitti, pareti: noi siamo ostacolati; loro si muovono liberi.
I fantasmi di Fatal Frame II infestano quasi ogni stanza delle case che visiteremo; a volte pattugliano perfino le strade agitando torce accese con fuochi fatui. E non hanno pietà: cercheranno di afferrare Mio e di farle del male. Nonostante la loro presunta intangibilità, possono strangolarla e ucciderla. Spariscono e riappaiono sotto di lei; sono capaci di tagliare attraverso le pareti per sorprenderla alle spalle. Quando sono in gruppo affrontarli è un incubo, e non solo per i lamenti che si incastrano e che stringono ancora di più il cuore nell'opprimente realtà di Fatal Frame II, ma perché diventa difficile evitarne il tocco. Mio ha un tasto deputato alla schivata, ma è tutt'altro che infallibile, e l'energia spirituale che serve per muoversi si prosciuga in fretta.
L'unico modo in cui Mio può opporsi è attraverso la Camera Obscura: questo mitico marchingegno, che è il vero protagonista della serie, è una macchina fotografica dotata di un obiettivo speciale in grado di esorcizzare il male. Perfino la spiegazione scientifica è affascinante: lo scontro tra l'irrazionale dello spirito e il razionale della pellicola ha un potere esorcizzante. La Camera Obscura però ha dei contro non indifferenti: prima di tutto bisogna guardare attraverso il suo obiettivo per fotografare i fantasmi, e questo ci porta a dover affrontare faccia a faccia l'orrore senza sconti; e poi, mentre si utilizza, i movimenti di Mio appaiono ancora più impacciati.
Cheese!
Su carta la meccanica è geniale e funziona ancora di più per esaltare il senso di paura nel videogiocatore, costretto a studiare anche il movimento giusto per lo scatto. Ogni angolazione, ogni messa a fuoco, la distanza e l'inquadratura dettano i danni che verranno inflitti al fantasma. In più abbiamo la possibilità di realizzare un Fatal Frame, ovvero uno scatto poco prima che il fantasma attacchi. In questo frangente il mirino della camera lampeggerà di rosso e ci segnalerà che è il momento di premere il pulsante. Si tratta di appena una frazione di secondo prima di subire il danno, ma il tutto è basato su un sistema di rischio e ricompensa che ti spinge sempre ad attendere lo scatto perfetto: in palio c'è un bonus ai danni e la possibilità di stordire il fantasma.
Affrontare a sangue freddo lo scontro con i fantasmi è importante, perché specialmente all'inizio le battaglie sono lunghe ed estenuanti. Non solo gli spettri sono coriacei e in grado di sorprendere con pattern d'attacco imprevedibili, ma nel bel mezzo della battaglia potrebbero mutare in una versione più potente avvolta da un'aura rossa. In questo caso la transizione rigenera completamente la loro barra dell'energia e li rende più veloci. Bisogna ammetterlo: nelle prime ore di gioco, e a lungo anche andando avanti, la sensazione di difficoltà è schiacciante. Ci è capitato spesso di morire oppure di dover rinunciare ad alcuni scontri dandocela a gambe. Perfino di rinunciare ad alcune missioni secondarie - storie che riguardano visitatori e abitanti del villaggio - semplicemente perché non eravamo all'altezza degli scontri che presentavano.
Le cose vanno gradualmente meglio man mano che si potenzia la Camera Obscura e che si ottengono le altre lenti da poter cambiare in tempo reale. Per quanto riguarda queste ultime, ognuna ha la sua peculiarità: ce ne sono alcune che hanno attacchi più deboli, ma permettono tempi di ricarica tra uno scatto e l'altro più rapidi; altre infliggono molto più danno ai fantasmi ma poi vi costringono a scappare in attesa che la pellicola torni disponibile. Ogni lente ha uno scatto speciale che può infliggere effetti agli spettri: può rallentarli o respingerli, perfino colpirli con uno scatto caricato. A questo si unisce la possibilità di scegliere pellicole differenti adatte a situazioni diverse e di potenziare alcune caratteristiche della macchina fotografica attraverso dei grani di rosario da cercare nelle ambientazioni del gioco. Si possono potenziare la velocità di ricarica, l'attacco massimo, il numero di punti di messa a fuoco e così via.
Il fatto però è che, con questo procedimento, la difficoltà presto o tardi diventa sbilanciata nell'altra direzione: all'inizio Fatal Frame II è difficilissimo, e probabilmente vi sentirete frustrati per non riuscire ad affrontare come si deve i fantasmi. Al punto che crederete di non aver capito bene come funziona la Camera Obscura. Alla fine, invece, vi sembrerà tutto troppo facile. Per farvi capire, ci è capitato di far fuori il boss finale con quattro scatti una volta individuata la giusta combo di lente e pellicola. Dopo le circa 13 ore necessarie per arrivare alla fine, con la Camera Obscura potenziata, Mio era un'esorcista quasi invincibile.
Questo è uno degli elementi che ci ha convinti di meno, ma non l'unico. Durante l'avventura, Mio si trova spesso in momenti che presentano meccaniche trial and error nelle quali deve stare attenta a non farsi acchiappare da alcuni nemici che non possono essere sconfitti. Fuggire attraverso i corridoi delle case che attraversiamo, studiare il pattugliamento degli avversari, muoversi in cerca di nascondigli è decisamente frustrante. Specialmente perché - per questioni artistiche - le dimore sono costruite come labirinti di corridoi zeppi di angoli morti e stanze senza uscita. Se nell'esplorazione questa trovata è suggestiva, per quanto riguarda gli inseguimenti semplicemente non funziona, perché si ha la percezione che esista una sola sequenza corretta di svolte a fronte di decine di tentativi errati. Anche la componente tecnica ci ha dato qualche grattacapo: nonostante il colpo d'occhio per quanto riguarda gli ambienti sia ottimo - anche se non si può di certo dire lo stesso dei modelli - su PlayStation 5 standard il gioco si concede dei rallentamenti e dello stuttering ingiustificabile e molto fastidioso. Non abbiamo difficoltà a credere che queste magagne saranno risolte dalle patch successive, ma è giusto segnalarle.
Conclusioni
Fatal Frame II: Crimson Butterfly non ha paura di ciò che è sempre stato. Nonostante la nuova e piacevole veste grafica, il suo cuore pesca a piene mani dai survival horror vecchia scuola, dove anche la scomodità dei comandi e la sensazione di non avere tutto sotto controllo giocavano un ruolo fondamentale nel mettere a disagio il videogiocatore. Questo remake diretto dallo storico creatore della saga ha proprio l'obiettivo di metterti in difficoltà, e lo fa calandoti nei panni - tutt'altro che reattivi - di una ragazzina che affronta l'inferno armata di una torcia e di una macchina fotografica. Tutto concorre ad alimentare questo fastidio: dal mancato bilanciamento della difficoltà fino alle rugginose meccaniche di combattimento, problemi che nel tempo finiscono per pesare sull'esperienza. Anche in questo è puro e, in quanto tale, va rispettato. Sappiate solo che potrebbe non essere un videogioco adatto a tutti. Si rivolge a una nicchia molto specifica che lo amerà, così come ha fatto con ogni sua reincarnazione.
PRO
- Un horror puro, senza compromessi
- Sound design eccezionale
- Narrazione cruda e suggestiva
CONTRO
- I movimenti di Mio sono molto legnosi
- Il mancato bilanciamento della difficoltà
- Incertezze tecniche su PlayStation 5