Le previsioni non sono ottimistiche per Masters of the Universe: costato 170 milioni di dollari, rischia di fare flop al botteghino e mettere subito un freno alle ambizioni di Amazon MGM e Mattel, che speravano di rigenerare il marchio e consegnarlo a una nuova generazione di fan. Stritolato tra successi imprevisti e successi prevedibili, il nuovo film di Travis Knight esce in un periodo sfortunato, ma anche mal calcolato. Ci ritroviamo di fronte a una situazione in stile Dungeons & Dragons: L'onore dei ladri, cioè quella di un ottimo film di genere che diventa praticamente un cult solo dopo essersi precluso ogni possibilità di un sequel.
È la seconda volta che i giocattoli Mattel arrivano al cinema tra una serie animata e l'altra, ma già nel 1987 non era andata tanto bene, anzi tutto l'opposto: il film della Cannon del 1987 era stato un fiasco totale e i suoi tentativi di reinterpretare la pittoresca mitologia dei Masters con un piglio più cinico aveva alienato fan vecchi e nuovi, adulti e bambini. Travis Knight è uno che con i Masters ci è cresciuto, così com'è cresciuto con i Transformers, e se il suo amore per gli anni '80 e la sua infanzia già si percepiva nel bellissimo Bumblebee, in Masters of the Universe esplode letteralmente: per questo è un film brillante, coraggioso e onesto e per questo potrebbe avere meno successo di quel che merita.
In principio era Adam
Nonostante tutti i cartoon, i giocattoli e i fumetti, i Masters of the Universe (per gli amici MOTU) non sono più famosi come una volta e il bello è che intorno a questi "pupazzi" ci hanno sempre costruito intorno una mitologia assai intricata. Per questo motivo, Knight ha deciso di ripartire da zero e raccontare le origini di He-Man prendendo spunto da varie interpretazioni e reboot: nella sua storia, Adam è una specie di Superman che da bambino finisce sulla Terra quando il suo pianeta, Eternia, viene conquistato dal malvagio Skeletor e le sue armate. Per quindici anni Adam è stato ossessionato dalla sua infanzia (sì, suona un po' come una proiezione) e ha cercato la Spada del Potere da cui è stato separato al suo arrivo, passando per pazzo ogni volta che ha raccontato di eroi sovrumani, tigri parlanti e maghe che si trasformano in aquile.
Quando Adam ritrova la sua spada, l'avventura inizia davvero: dovrà comprendere le responsabilità che comporta impugnare un'arma tanto bramata da tutti e salvare il suo mondo prima che sia troppo tardi. È il "viaggio dell'eroe" più tradizionale possibile, anche rispetto al cartoon originale, in cui solo pochissimi personaggi conoscevano la vera identità di He-Man, e Adam era costretto a fingersi goffo, pavido e sprovveduto per convincere tutti che lui e l'eroico He-Man erano due persone completamente diverse nonostante l'ovvia somiglianza. Nel film di Knight, Adam è goffo di natura e lo è anche quando si trasforma in He-Man, restando dunque fedele a sé stesso e ai suoi valori.
Il film di Knight è una critica alla mascolinità tossica e alla violenza gratuita, ma non ne fa un pilastro della sua narrazione. Parliamoci chiaramente: dietro c'è sempre Mattel, ma Masters of the Universe non è un nuovo Barbie, cioè un film costruito intorno a un messaggio. Barbie funzionava perché sfruttava il giocattolo per affrontare con goliardia tematiche esistenziali, mentre Masters of the Universe non ci prova nemmeno ad anatomizzare i giocattoli: semmai li fa combattere come tali, come se fossero pupazzi nella camera di un bambino dalla spiccata fantasia. È una lettera d'amore agli anni '80, a cosa significava crescere in quel periodo, collezionare i giocattoli, imparare i loro nomi e le storie raccontate nel cartone animato o nei fumetti inclusi nelle confezioni.
E questo, in un certo senso, è un pregio ma anche un punto debole. La pellicola di Knight non si vergogna delle sue radici, come fanno invece tante altre che cercano di reinventarsi più che possono fino a snaturarsi completamente, ma anzi le abbraccia spudoratamente, anche a costo di apparire esagerata, mastodontica e anche un po' stucchevole. Questo, però, restringe anche il pubblico potenziale. Nonostante i suoi colori sgargianti, la sua scrittura trasparente e senza fronzoli, Masters of the Universe non è un film che si rivolge ai più piccoli, ma ai loro papà: ai quarantenni che li portano al cinema e che gli raccontano come sono cresciuti con gli eroi che prendono vita sullo schermo grazie a un cast azzeccatissimo.
Alla fine, Nicholas Galitzline si è rivelato perfetto nel ruolo di un Adam che si porta dentro la sua fragilità e insicurezza anche dopo essersi trasformato nel campione di Eternia e che, invece di rifuggire la sua umanità, ne fa un'arma più potente della Spada del Potere. Fino a un certo punto, perché quando le parole non funzionano diventa inevitabile passare alle maniere forti, una soluzione che abbraccia malvolentieri, ma con grande slancio. Galitzline, che si è fatto conoscere soprattutto per le commedie romantiche, magari manca del physique du rôle iconico, ma compensa con un carisma e un tempismo comico sopra le righe.
Dall'altra parte della barricata abbiamo Skeletor, forse uno dei personaggi che era più difficile centrare, soprattutto dopo la leggendaria interpretazione di Frank Langella nel film del 1987. La scelta dell'eccentrico e controverso Jared Leto aveva preoccupato un po' tutti, ma il risultato è straordinario, non solo nella rappresentazione live action del personaggio, grazie a una combinazione di trucco e computer grafica, ma anche nella sua caratterizzazione. Knight non si abbandona a flashback o montaggi per spiegare le motivazioni di Skeletor, non c'è nessun trauma o sfumatura di grigio, nessun passato condiviso - cosa che probabilmente farà arrabbiare i conoscitori dell'universo dei MOTU - ma semplicemente un cattivo che è cattivo perché è cattivo e basta. La ciliegina sulla torta sarebbe stata la stridente voce originale del cartoon, ma anche così Skeletor è incredibilmente efficace e somigliante alla sua controparte animata, anche e soprattutto nell'ironia imbarazzante.
Alla fine, tutti gli attori fanno la loro parte, chi più chi meno, dall'austero James Purefoy nel ruolo di Re Randor alla Maga interpretata da Morena Baccarin. Le vere star sono naturalmente i comprimari principali del protagonista: il Duncan di Idris Elba, che tanto ormai funziona ovunque lo si metta, e la Teela di Camila Mendes. Quest'ultima, che si pensava sarebbe stata l'anello debole della catena a causa della sua limitata filmografia, offre invece un'ottima performance in un ruolo non banale, e assai fedele alla caratterizzazione del cartoon.
Sprecate, invece, le potenzialità di Alison Brie: la sua Evil-Lyn è purtroppo assai sacrificata e il suo rapporto con Skeletor appena accennato. Questo è un po' il problema principale di Masters of the Universe, perché Knight era così preoccupato a rievocare lo spirito del cartoon da dimenticarsi di non avere 130 episodi per farlo.
Kitsch e fiero di esserlo
Per fare un paragone ideale, potremmo dire che Masters of the Universe, nello spirito e negli intenti, è un po' il Flash Gordon di questa generazione: un'avventura goliardica, che non si prende troppo sul serio e che sa perfettamente da dove arriva e un po' meno a chi vuole parlare. Ma se volessimo spiegarlo a chi magari, e comprensibilmente, non ha mai visto il cult di Mike Hodges del 1980, allora la cosa più vicina a Masters of the Universe sarebbe inevitabilmente Thor: Ragnarok, perché il film di Travis Knight ha più di un elemento in comune con quello di Taika Waititi, inclusa l'ironia continua, a tratti invadente e non sempre riuscita come vorrebbe il regista.
Masters of the Universe è un film infarcito di citazioni più o meno colte all'universo multimediale dei MOTU, ma anche di gag che in molti momenti distraggono lo spettatore e indeboliscono qualche passaggio particolarmente efficace. Alcune battute sono inopportune, altre decisamente forzate, e si esce dal cinema con la netta impressione che la pellicola, pur intrattenendo per le sue quasi due ore e mezza, avrebbe funzionato meglio con qualche minuto in meno di umorismo e qualcuno in più sui personaggi che hanno pescato la pagliuzza corta, come la summenzionata Evil-Lyn o il povero Cringer, che ha davvero poche scene in generale.
È chiaro che Knight ha ottimisticamente puntato su un capitolo di origini con in mente una grande storia da raccontare in eventuali sequel - soprattutto dopo aver visto le scene dopo i titoli di coda, che sono tre e una migliore dell'altra - ma, ora che questi sequel appaiono sempre più improbabili, si sente il profumo dell'occasione sprecata. È un peccato duplice perché Masters of the Universe è un punto di partenza straordinario, nelle mani di un regista che ha saputo restituirci una Eternia maestosa e coloratissima con l'aiuto della fantasia e degli effetti speciali. Il film è una vera gioia per gli occhi, un cartone animato che prende vita nel rispetto di un'immaginario che mischia il fantasy e la fantascienza senza porsi troppi limiti, tra castelli diroccati che custodiscono spade magiche e astronavi che viaggiano nell'iperspazio, passando per rituali magici e robot assassini.
Masters of the Universe ha anche un altro pregio in comune con Flash Gordon e Thor: Ragnarok, tanto che sembra voluto, e sono le musiche. La colonna sonora pazzesca di Daniel Pemberton rievoca gli anni '80 a colpi di riff retro, Queen, The Cure e, neanche a dirlo, 4 Non Blondes, con una canzone talmente meme che non poteva mancare all'appello. Le musiche sono davvero il fiore all'occhiello di uno spettacolo ricercato e volutamente kitsch, di quelli che al cinema ormai vediamo davvero di rado. Nonostante le sue esagerazioni talvolta teatrali, il film di Knight resta sempre fisso sull'obbiettivo, mettendo in scena anche combattimenti ben girati e sorprendentemente violenti, seppur più brevi di quanto avremmo voluto, ma sempre rispettosi del materiale originale.
In questo senso, la combinazione di trucco e costumi è assolutamente da manuale, tant'è che le occasionali sbavature nella computer grafica saltano all'occhio proprio per questo, basti pensare alla differenza tra Beast-Man, che è quasi interamente digitalizzato, e Spikor, che è invece un attore sotto chili di protesi e make-up. La maggior parte dei costumi sembra uscire direttamente dal cartone animato, specialmente nelle ultimissime scene del film.
La passione con cui Travis Knight ha trasformato la sua infanzia in un film, cosa che peraltro aveva già fatto con Bumblebee seppur su scala molto più ridotta, è qualcosa che non si dovrebbe sottovalutare. Il regista statunitense ha dimostrato ancora una volta una sensibilità fuori dal comune: ha capito che certe storie, certe icone, non hanno bisogno di essere reinventate, ma solo trasmesse di generazione in generazione, seppur con le dovute accortezze, ma sempre restando fedeli ai loro principi. Masters of the Universe non è un film perfetto: qualche tacca di ironia in meno e qualche minuto di introspezione in più avrebbero sicuramente giovato a questo costoso giocattolo per grandi e piccini, che sembra esistere soprattutto per ricordarci com'eravamo quando era più facile fantasticare e divertirsi. E Zodak sa se non ne abbiamo davvero bisogno.
Conclusioni
Multiplayer.it
8.0
Se amate il cinema e volete passare un paio d'ore di puro e semplice intrattenimento scacciapensieri, andate a vedere Masters of the Universe. Fatelo per voi o magari per i vostri genitori che giocavano con i MOTU quando erano piccoli, perché è soprattutto a loro che si rivolge questo film: a chi è cresciuto negli anni '80, quando tutto era un po' più semplice e il divertimento non doveva passare al vaglio del web e dei suoi sommelier. Non vi promettiamo che riderete a ogni battuta o che coglierete ogni citazione, ma contribuirete a salvare una specie a un passo dall'estinzione, quella dei film fatti con amore che vogliono essere soltanto questo. Masters of the Universe è un vero giocattolo, di quelli che troviamo negli scatoloni dopo trent'anni e che, appena li riprendiamo in mano, ci fanno ricordare anche soltanto per un attimo come eravamo belli, spensierati e leggeri nei momenti migliori della nostra vita.
PRO
- Cattura perfettamente lo spirito del cartoon originale
- Un vero trionfo di colori, suggestioni e citazioni
- Cast azzeccatissimo, soprattutto Galitzline e Leto
- Colonna sonora incredibile
CONTRO
- Umorismo eccessivo e talvolta fuori luogo
- Alcuni personaggi sono davvero troppo sacrificati
- Si rivolge soprattutto ai super nostalgici degli anni '80
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