Che cos'è un videogioco? Domanda carica, ce ne rendiamo conto. Riformuliamo: cosa si dovrebbe fare in un bel videogioco? Le potenziali risposte sono finite di recente al centro di violente discussioni, perché questo medium si pone obiettivi profondamente diversi e finisce per piegarsi a esigenze che spesso siedono agli antipodi.
C'è chi vuole trascorrere momenti di puro intrattenimento senza rendersi conto del ticchettio delle lancette, come accadeva di fronte agli schermi dei Game Boy. C'è chi vuole trovarsi di fronte a problemi e cercare soluzioni, spremendo le meningi alla ricerca dell'interazione corretta. C'è chi vuole affrontare una sfida, impegnarsi duramente, faticare e infine superarla, assaporando il brivido della vittoria. C'è chi vuole esplorare mondi virtuali, conoscere personaggi, perdersi nelle ambientazioni, andare a caccia di segreti, o ancora disporre di una tavolozza di meccaniche con cui esprimere la creatività, dipingendo un'esperienza personale con le pennellate del gameplay. Bene, non importa di quale categoria facciate parte, perché Mina The Hollower rappresenta una sorta di enciclopedia del videogioco tradizionale.
Il che non deve stupire, perché Yacht Club Games ha fatto di questa ricerca il suo marchio di fabbrica sin dall'istante in cui Shovel Knight si è posto un grande interrogativo: quali elementi rendevano grandi le opere a scorrimento in 8 bit? Mega Man, Zelda II, DuckTales: gli sviluppatori si tuffarono nella storia dei videogiochi, pescandone pezzi dell'anima per poi rileggerli attraverso la lente contemporanea, con il solo obiettivo di isolare la quintessenza di tali avventure. Inutile dire che ci riuscirono, trasformando il cavaliere armato di pala in una fra le più grandi leggende del sottobosco indipendente.
Ora, se possibile, si sono posti un obiettivo ancora più ambizioso, ovvero compiere lo stesso processo nel brodo primordiale delle avventure d'azione, guardando dritto negli occhi The Legend of Zelda: Link's Awakening e A Link to the Past, Castlevania e Mystic Quest, rubando con sapienza dalla produzione contemporanea di FromSoftware, inseguendo ancora una volta la ricerca della quintessenza dei classici.
Anche questa volta ce l'hanno fatta: Mina The Hollower è un piccolo gioiello realizzato su misura per rispondere alle esigenze di chi ama i videogiochi.
La quintessenza del videogioco classico
Mina The Hollower fa parte di quel novero di esperienze che risultano molto più facili da giocare che da raccontare. Il linguaggio che utilizza è quello del gameplay puro, dell'interazione, della sperimentazione, mettendo sul piatto una tale varietà di meccaniche e di situazioni da rendere davvero mortificante il tentativo di confinarla all'interno di un genere specifico. Al primo sguardo potrebbe sembrare il semplice tentativo di Yacht Club Games di realizzare il suo piccolo The Legend of Zelda, ma alla prova dei fatti si rivela molto di più: è un videogioco d'azione e avventura dotato di mille volti, costellato di mille segreti, progettato con un grado d'attenzione maniacale, disseminato di interazioni e di dinamiche che danzano con estrema naturalezza in mezzo a un piccolo museo dedicato al game design. Un attimo prima si affrontano sezioni da platform di precisione, un attimo dopo ci si trova di fronte a un puzzle, passano pochi istanti e si finisce al cospetto di un boss estremamente agguerrito, si gira l'angolo e all'improvviso le meccaniche diventano quelle di un horror slasher, con un killer impegnato a inseguire la protagonista.
Questa pellicola di gameplay si srotola in maniera organica, senza mai trasmettere la sensazione di vivere una sorta di collage, come se ogni segmento fosse solo un singolo ingranaggio nello stesso marchingegno più grande. Interconnessione e coesione: sono state queste le parole d'ordine, che si trattasse della costruzione del mondo o della caratterizzazione ludica di Mina. La mappa non è un banale insieme di schermate, ma un mosaico di tessere destinate a sovrapporsi, a svelare scorciatoie e legami impossibili da immaginare al primo sguardo, come in una grande strizzata d'occhio alla Lordran di Dark Souls. Lo stesso fenomeno si verifica sul fronte del gameplay, perché ogni gadget disponibile e ogni contatto con l'ambientazione nascondono una spolverata di magia sandbox, premiando sempre la creatività e la sperimentazione, senza il benché minimo timore che il senso di progressione possa uscirne incrinato. La cosa incredibile è che questa ragnatela si sviluppa attorno a una singola caratteristica fondamentale: la capacità della protagonista di scavare al di sotto del terreno.
La disavventura dell'Hollower
Nonostante l'aspetto carino e coccoloso, quella di Mina The Hollower è una vicenda amara, ambientata in un teatro gothic horror con elementi steampunk, vicina ai "Soulsborne" e a Castlevania non solo per affinità ludica, ma anche sul fronte della filosofia. Mina, che fa parte della Gilda degli Hollower, ovvero creature capaci di scavare dei tunnel sotterranei, ha un rapporto di vecchia data con il Barone Lionel, il reggente dell'Isola Tenebrosa. L'isola ha vissuto momenti di grande splendore grazie a rivoluzionari "Generatori di Scintille" progettati dalla stessa Mina, ma quella misteriosa tecnologia si è in qualche modo corrotta, generando terribili mostri e portando i morti a riemergere dalle tombe, facendo precipitare la vita degli abitanti nel caos e spingendoli a rifugiarsi nelle mura di Ossex, la capitale del regno. Così, la protagonista salpa per incontrare il suo vecchio amico, ma in seguito a un attacco la sua nave s'infrange lungo le coste: Mina dovrà ricomporre tutti i pezzi del puzzle, investigando i Generatori di Scintille e cercando di scoprire cosa stia realmente accadendo dietro le quinte.
L'avventura di Mina coincide con la completa esplorazione dell'Isola Misteriosa, un'ambientazione aperta, non-lineare e totalmente interconnessa che trabocca di insediamenti, dungeon, caverne sotterranee e abitazioni solitarie, prendendo lo scheletro di The Legend of Zelda e intessendogli attorno il design dei livelli e molte delle dinamiche tipiche della produzione di FromSoftware. Il grado di sfida è estremamente elevato, le schermate sono pattugliate da decine e decine di varianti di nemici originali che sanno mettere a dura prova la Hollower, senza contare che spesso l'ambientazione stessa costituisce il principale ostacolo da superare. Non bastasse, l'isola è tanto sfidante quanto punitiva, perché al momento della morte si è riportati all'ultimo checkpoint - ovvero i punti d'accesso al laboratorio sotterraneo di Mina - rischiando di perdere tutte le preziosissime Ossa accumulate: dal momento che le Ossa sono l'unica valuta destinata al commercio e regolano al contempo il sistema di progressione, assolvono la medesima funzione riservata da Hidetaka Miyazaki alle più celebri Anime.
Si tratta di un melting-pot di meccaniche e di ispirazioni differenti, ma non per questo scevro di originalità, anzi, tutto l'opposto: accanto a cliché come l'esplorazione di una cripta abbandonata o delle interiora di una creatura gigantesca, capita di viaggiare a bordo di treni fantasma, di correre sul margine della stratosfera, di scoprire la natura nascosta di semplici oggetti della scenografia in puro stile Tunic, il tutto ammantati nella magia che ha fatto la fortuna di Yacht Club Games. Questo studio di sviluppo ha costruito la propria identità attorno all'idea stessa di nascondere interazioni in ogni anfratto del mondo, celando scontri opzionali contro i boss nei luoghi più impensabili e regalando una dignità fuori dal comune a ogni singolo personaggio, anche ai semplici negozianti, che diventano protagonisti di interazioni e di segmenti dedicati pronti a emergere quando meno ce lo si aspetta, discendendo lentamente in un pozzo senza fondo di segreti.
Un elemento davvero interessante sta nel rifiuto categorico di affidarsi alle meccaniche da metroidvania per abbracciare una filosofia decisamente più vicina agli ultimi capitoli della serie Zelda: nonostante esista un percorso consigliato per affrontare l'esperienza - suggerito attraverso l'idea geniale del giornale, che viene pubblicato al completamento di ogni dungeon - l'Isola Misteriosa è immediatamente disponibile nella sua interezza, lasciando al giocatore il compito di destreggiarsi con fatica attraverso le sue criptiche ambientazioni, senza poter contare su una mappa dettagliata. Di riflesso, anziché utilizzare i gadget come i classici strumenti indispensabili per proseguire nella missione, in Mina The Hollower si mettono le mani su dozzine di equipaggiamenti diversi che modificano il rapporto con la scenografia, con i livelli e con i personaggi non giocanti, domandando un certo sforzo di creatività ma alzando il sipario su una profondità delle interazioni aliena a produzioni di questo genere. Con il tempo, con l'esplorazione e con la sperimentazione si scoprono soluzioni per ogni genere di problema complesso posto dal game design, trasformando ogni ricompensa ottenuta in una potenziale bacchetta magica con cui esaudire desideri covati per svariate ore.
Scava, schiva, scova
La spina dorsale del gameplay orbita attorno a una serie di meccaniche estremamente semplici e immediate: Mina può saltare, può scavare brevemente un tunnel in stile Bugs Bunny per ripararsi dai colpi nemici e incrementare la velocità di movimento, può utilizzare armi e gadget per attaccare, infine si può curare grazie a una riserva di fiale di Plasma. Tutto qui, fine della storia. Tutte le dinamiche che caratterizzano l'esperienza e tutte le complesse interazioni alla base dell'Isola Misteriosa partono da questo banalissimo set di abilità e di input, ricordando per l'ennesima volta l'immenso potenziale che può scaturire da poche idee ben confezionate in un ambiente soggetto a forti limitazioni. Yacht Club Games le ha sfruttate per costruire un ricco sistema di combattimento, delle fasi di platforming molto sfidanti e un design dei livelli davvero eccezionale, per poi affidarsi a qualche espediente al fine di mettere sul piatto una varietà che si rivela il suo più grande punto di forza. In questo gioco non ci si limita a combattere e affrontare dungeon, ma si pilotano motociclette, si pesca, si balla, si scalano torri, si demoliscono veicoli in una grande citazione a Street Fighter 2, e via dicendo.
Il gameplay di Mina è estremamente personalizzabile: è possibile scegliere un'arma principale fra cinque varianti disponibili, ciascuna dotata di due gradi di potenziamento che impattano direttamente sul set di mosse. È possibile equipaggiare una selezione di gadget fra i sessanta totali, ciascuno dei quali modifica il comportamento della protagonista e influenza il rapporto con la scenografia. È possibile sfruttare tantissime "armi corte", ovvero ulteriori strumenti che aprono un ventaglio di opzioni inedite sul fronte del gameplay, perché al di là delle varianti tradizionali in stile Belmont - come coltelli e asce da lancio - spaziano fra ombrelli con cui è possibile planare, biciclette meccaniche, portali di teletrasporto e altre assurdità. Mescolando e combinando tutti questi elementi, ciascun giocatore è libero di progettare la Hollower secondo le proprie esigenze, optando per un personaggio votato all'attacco, alla difesa o al movimento, armato di un martellone o di una coppia di pugnali, capace di evocare dei minion, di dominare i pericoli ambientali, addirittura di fluttuare come fosse una fatina.
La varietà non caratterizza solamente l'arsenale, ma anche le minacce che ci si trova ad affrontare, a partire proprio dagli avversari: la quantità di nemici unici che si incontrano è semplicemente fuori scala, ci si imbatte in più di venticinque boss totalmente diversi fra loro, e ogni creatura ostile si configura come un piccolo puzzle. Anche in questo caso torna un pizzico dell'ispirazione soulslike, perché inizialmente persino i mostri più banali si presentano estremamente minacciosi, salvo poi portare all'interiorizzazione dei loro punti deboli, rendendo la pura e semplice conoscenza un'arma ben più preziosa di qualsiasi dato statistico. In fin dei conti è proprio questo l'ingrediente segreto di Mina The Hollower: è un videogioco che sa regalare costantemente soddisfazioni, che si tratti di pulire una stanza invasa dagli zombi, di affrontare un avversario gigantesco, più banalmente di raggiungere una determinata area o scovare un piccolo segreto celato ai margini della schermata.
Tale varietà viene spinta al limite nei confini dei dungeon e dei diversi biomi: ogni volta che sembra di aver visto tutto e di aver stretto la presa sulle meccaniche fondamentali, ecco che l'Isola Misteriosa presenta un nuovo ostacolo, una nuova dinamica, cambia il funzionamento dei tunnel di Mina, scherza con la fisica, inserisce delle ringhiere sulle quali "grindare", fulmini e parafulmini, superfici ghiacciate e chi più ne ha più ne metta. Ciò stringe il gameplay in un abbraccio molto particolare: da una parte offre un'esperienza che sa essere brutale, ostica e punitiva, è un videogioco nel quale ogni minimo errore si paga a caro prezzo ed è spesso accompagnato da imprecazioni tonanti - sì, è davvero molto impegnativo - mentre dall'altra dura il giusto e si presenta come un grande parco giochi in costante crescita, un luna park pieno di bancarelle colorate che non vedono l'ora di proporre nuove forme d'intrattenimento.
L'eredità di Yacht Club Games
Non ha senso girarci troppo intorno: Mina The Hollower è, sulla carta, un videogioco quasi perfetto, un'opera che raggiunge pienamente l'obiettivo che si è posta, ovvero presentarsi come un grande tributo alle generazioni 8 bit progettata con furbizia attraverso la lente contemporanea. Sono solo due gli elementi a non averci convinto fino in fondo: il primo risiede nella mancanza di gravitas dovuta al tono scelto per la scrittura, dato che è un mondo che racconta davvero poco di sé stesso, penalizzando quello che storicamente è uno dei maggiori punti di forza dell'approccio in pixel art. La seconda è la natura della direzione artistica, che al netto della straordinaria varietà messa in campo finisce per risultare meno iconica rispetto a quella di Shovel Knight, che ebbe la straordinaria capacità di imprimere a fuoco nella memoria la silhouette di qualsiasi personaggio secondario. Certo, Shovel Knight è cresciuto e maturato tantissimo nel corso degli anni grazie a numerose espansioni e avventure stand-alone, dunque la speranza è che lo studio voglia dedicargli il medesimo trattamento, perché lo meriterebbe eccome.
Mina The Hollower vive nei confini di un universo parallelo, si muove lungo un binario tutto suo, si pone delle limitazioni che da una parte gli forniscono un indebito vantaggio - perché ha l'occasione di riportare in vita il meglio dei classici del passato con tutte le conoscenze del futuro - ma dall'altra lo mantengono confinato nella sua piccola nicchia. Yacht Club Games ha trasformato quella nicchia in una tana confortevole, si è specializzata nell'8 bit, realizza videogiochi estremamente sfidanti che non sono certamente indirizzati a tutti, ma lo fa con un livello di cura straordinario, senza lasciare al caso nemmeno un singolo pixel o una nota della colonna sonora. Se ancora adesso sentite la mancanza dei momenti in cui si accendeva il Game Boy Color e all'improvviso le ore scorrevano come fossero minuti, spalancando finestre su mondi pieni zeppi di segreti da scoprire, l'Isola Misteriosa vi farà sentire subito a casa, saprà mettervi alla prova e troverà senz'altro il modo di sorprendervi.
Conclusioni
Mina The Hollower siede sulle spalle di grandi classici come The Legend of Zelda e Castlevania, riesce a impadronirsi dei loro segreti più preziosi prima di contaminarli con le idee dei grandi capolavori contemporanei, per poi arricchire il quadro con tante pennellate di grandissima originalità. Questo videogioco è un po' tutti i videogiochi: è un viaggio a base d'azione e avventura, è un platform, è un puzzle, ha interazioni in stile sandbox, offre un tasso di sfida molto elevato, e non vede l'ora di miscelare tutte queste ispirazioni in un'ambientazione open world progettata con un grado di cura fuori dall'ordinario, un labirinto di eccezionale varietà che nasconde segreti in ogni suo angolo. Yacht Club Games l'ha fatto di nuovo: ha pescato ispirazione dai giganti del passato per costruire un'esperienza progettata attraverso le lenti del game design del futuro, confezionando, con grande furbizia, un videogioco in 8 bit che è semplicemente un gioiello raro.
PRO
- Varietà nel gameplay fuori scala
- Design dei livelli eccezionale
- Forse il gioco con più segreti di sempre
- Tutte le interazioni sono originali e creative
- Bellissima colonna sonora chiptune (e con Yuzo Koshiro)
CONTRO
- Direzione artistica meno d'impatto che in passato
- Nella sua bellezza è un videogioco estremamente "furbo"
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