Sembra ieri che abbiamo avviato Uncharted 4: Fine di un Ladro sulla nostra PlayStation 4, pronti a vivere l'ultima avventura di Nathan Drake. Eppure, è passato un decennio da quel 10 maggio 2016. Dieci anni da quando siamo rimasti orfani di quel sorriso da canaglia del protagonista; dieci anni dall'ultima acrobazia al limite impreziosita da una spettacolare regia cinematografica; dieci lunghi anni da un epilogo che, ancora oggi, ci piace pensare sia solo un arrivederci.
In tutto questo tempo lo scenario videoludico è cambiato parecchio: le console sul mercato sono cambiate, i titoli open-world sono diventati sempre più grandi; ciononostante, il capolavoro di Naughty Dog rimane lì, piantato come una bandiera sulla vetta del genere action-adventure.
Diciamo che la missione finale di Nathan Drake è stato uno dei momenti chiave in cui i videogiochi hanno dimostrato appieno di poter gestire la maturità narrativa con lo stesso respiro di un film hollywoodiano, senza tuttavia farci dimenticare che, in fondo, eravamo lì per sparare, arrampicarci e far saltare in aria ponti sospesi.
Quindi quello che abbiamo dato a Nate nel 2016 è stato davvero un addio? Il cerchio può dirsi chiuso sul serio? Diamo insieme uno sguardo al passato per provare a immaginare un possibile futuro del marchio. Occhio agli spoiler se non lo avete portato a termine però.
La retcon che ha cambiato tutto
Quando Naughty Dog ci ha svelato che Nathan Drake aveva un fratello, il pubblico ha avuto un sussulto collettivo. "Un fratello? E dov'è stato costui per tre giochi?". Quella di Neil Druckmann e compagnia sembrava insomma la classica mossa da soap opera e invece l'introduzione di Sam è stata la chiave di volta che ha permesso al quarto capitolo della serie nata su PS3 nel 2007 di scavare nelle fondamenta stesse del protagonista.
Fino a quel momento, Nathan aveva infatti rappresentato l'incarnazione dell'eroe d'azione scanzonato, un po' Indiana Jones e un po' John McClane; con Fine di un Ladro, però, la prospettiva è cambiata. Non si trattava più solo di scovare l'Eldorado o Shambhala; c'era da capire perché Nate non riuscisse a smettere di pensare all'avventura, perché rimanesse così dipendente e attratto dalla sua vita precedente nonostante il matrimonio con Elena Fisher e una quotidianità tutto sommato rassicurante.
Ecco, in questo contesto, Sam ha rappresentato la parte oscura di Nathan, quella che non è mai cresciuta, quella che è rimasta incastrata nel trauma dell'orfanotrofio e nell'ossessione per il tesoro di Henry Avery.
La dinamica tra i due fratelli ha quindi dato profondità a ogni salto e a ogni sparatoria, perché oltre a fuggire da prigioni panamensi o fare irruzione in lussuose ville, il giocatore stava innanzitutto esplorando il senso di colpa di un uomo che aveva mentito alla donna che amava per inseguire un fantasma del passato.
Libertalia come specchio narrativo
Dal punto di vista delle ambientazioni, Uncharted 4 ci ha condotti a Libertalia, la leggendaria colonia fondata al fine di garantire ai più temibili pirati del globo un luogo di pace e prosperità. Tuttavia, a differenza delle città perdute dei capitoli precedenti, Libertalia non era solo uno scenario suggestivo in cui perdersi a bocca aperta e fantasticare su imprese mitiche: era un monito. Mentre perlustravamo le rovine dei luoghi abitati da Avery e del suo braccio destro Tew, davanti a noi si dipanava la storia di uomini consumati dalla loro stessa avidità, che si erano uccisi a vicenda per un oro che non potevano di certo portarsi dietro nella tomba.
Un parallelismo con la vita di Nate, questo, che è stato gestito dagli sceneggiatori con una grande maestria, poiché ogni documento rinvenuto, ogni cadavere seduto a una tavola imbandita di veleno, sembrava sussurrare a Nathan neanche troppo velatamente: "Ecco come andrà a finire se non torni a casa".
Qui risiede il colpo di genio di Neil Druckmann e Bruce Straley: aver reso l'antagonista, Rafe Adler, non tanto un'entità sovrumana quanto un uomo che cercava disperatamente di "guadagnarsi" la sua leggenda, proprio come Nate aveva cercato di fare per anni. In questo senso, infatti, la sfida finale a colpi di sciabola nella stiva in fiamme del galeone di Avery è stata qualcosa di più di una battaglia tra il bene e il male: è stato un allegorico duello tra chi ha capito cosa conta davvero nella vita e chi è pronto a bruciare con il proprio oro.
Il cerchio si chiude
Il tropo dell'eroe d'azione spesso prevede due possibili uscite di scena: la morte eroica o la "camminata" solitaria verso il tramonto; ebbene, con Uncharted 4 Naughty Dog ha scelto una terza via, per certi versi più coraggiosa e soddisfacente: la normalità. Ambientato anni dopo gli eventi principali, l'epilogo ci mette infatti nei panni di Cassie, la figlia di Nate ed Elena, in una sequenza nella quale si esplora la casa dei Drake.
Non ci sono mercenari da abbattere o trappole da eludere, solo una vita vissuta da contemplare attraverso fotografie, documenti e, ovviamente, il diario segreto di Nate, con il protagonista che, anziché nasconderlo, decide che è ora di raccontare la verità.
Vedere Nathan ed Elena invecchiati, sereni, che vivono di avventure ora legali, è dunque la chiusura di un cerchio che ci ha detto che è possibile smettere di scappare. Che il tesoro più grande non è mai stato l'oro di Avery, quanto piuttosto la capacità di costruire qualcosa che duri oltre l'adrenalina di un momento.
Titoli di coda?
Dopo dieci anni di silenzio (fatta eccezione per l'ottimo spin-off L'Eredità Perduta e la collection Raccolta L'Eredità dei Ladri), possiamo dire che Uncharted è una serie arrivata al capolinea? La risposta breve è: Sì e No. Dal punto di vista di Nathan Drake, la storia infatti sembra aver esaurito le proprie cartucce, e riaprire il suo arco narrativo potrebbe apparire come un tradimento verso tutto ciò che Uncharted 4 ha messo in piedi.
Nate ha avuto il suo lieto fine, la sua cavalcata verso l'orizzonte della normalità, e riportarlo in azione oggi sarebbe come aggiungere un paragrafo non necessario a un libro perfetto, anche se ovviamente tutto può essere, specie per chi ha dei figli, che molto spesso nelle storie d'azione ricoprono il ruolo di posta in gioco di fronte a un pericolo.
Tuttavia, il mondo di Uncharted è troppo ricco e redditizio per restare sepolto in una soffitta polverosa. Le voci su un secondo progetto in lavorazione negli studi di Naughty Dog oltre a Intergalactic: The Heretic Prophet non sono infatti una novità e indicherebbero proprio un nuovo Uncharted come l'indiziato principale. Ma quali strade potrebbe percorrere la narrazione nel caso in cui la serie riavvii il proprio motore?
Be', quella che vede Cassie al centro della vicenda è probabilmente la più scontata e naturale, con la ragazza che potrebbe aver seguito le orme dei genitori ispirata dai loro racconti intrisi d'avventura.
L'idea di un prequel non è però da scartare a priori. Questa opzione permetterebbe infatti agli sviluppatori di tornare a scandagliare il passato di Nate, arricchendo la lore ed evitando al contempo il rischio di alterare l'attuale quadretto familiare che il protagonista si è ormai ritagliato ritirandosi dalle sue pericolose scorribande tra tombe e relitti.
C'è inoltre da dire che al termine di Fine di un Ladro abbiamo lasciato Sam deciso a mettersi in affari con Sully; il che significa che un'avventura focalizzata sul Drake ancora in attività potrebbe rappresentare un possibile sentiero da battere, coerente con lo scenario narrativo lasciatoci dal quarto episodio.
Ad ogni modo L'Eredità Perduta ha dimostrato che la saga può reggersi sulle proprie gambe anche senza un Drake nel titolo. Chloe Frazer è infatti un personaggio straordinario, riuscitissimo, cinico, ma dal cuore d'oro, e la sua chimica con Nadine Ross è stata una delle sorprese più liete della serie. Un seguito diretto delle loro avventure sarebbe dunque una scommessa sicura e di altissima qualità; ma, diciamoci la verità, riuscite davvero a immaginare un ritorno della saga senza Nate?
C'è ancora bisogno di Uncharted?
C'è da ammettere che in un panorama videoludico che spesso tende verso mappe infinite, zeppe di icone, verso aree sconfinate o verso narrazioni eccessivamente cupe e nichiliste, Uncharted rimane in qualche modo un faro di puro, lineare, intrattenimento d'autore. Dobbiamo riconoscere anche che dieci anni dopo il suo debutto sul mercato, il quarto episodio tiene botta decisamente bene, e questo perché il suo cuore - le relazioni tra i personaggi e la forza dei temi narrativi affrontati - è universale e dunque immune all'usura che lo scorrere del tempo può esercitare sui videogiochi.
Sia come sia, un decennio è pur sempre un decennio, nel male ma anche nel bene: immaginare infatti cosa potrebbero estrarre dal cilindro gli artisti di Naughty Dog oggi, con tutte le possibilità offerte dai sistemi odierni, è un'operazione che fa venire l'acquolina in bocca e che potrebbe rendere un eventuale Uncharted 5 uno dei titoli più attesi e bramati degli ultimi anni.
Voi che fantasie vi siete fatti sul prossimo Uncharted? Ma soprattutto: un ipotetico capitolo senza Nathan Drake al timone dell'avventura sarebbe possibile o rappresenterebbe un azzardo oltremodo rischioso anche per uno studio affidabile come Naughty Dog?
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