Che Hollywood stia posando lo sguardo sul mondo dei videogiochi è ormai sotto gli occhi di tutti. Dopotutto, dopo il periodo dei supereroi, la maggior parte dei grandi successi cinematografici (e televisivi) degli ultimi anni passa proprio da quel linguaggio che tanto amiamo. Basti pensare agli incassi della prima pellicola animata di Super Mario e a quanto sta facendo bene il secondo capitolo, al successo (commerciale) di Un film Minecraft e all'importanza che ha avuto Arcane, la serie animata su League of Legends, nella cultura pop degli ultimi anni. Senza parlare di The Last of Us o Fallout. I videogiochi piacciono, vendono e le case di produzione cinematografiche si sono così convinte di poter vivere di luce riflessa. Una convinzione che, però, non è detto rispecchi la realtà.
È evidente, infatti, che non tutte le opere tratte dai videogiochi siano effettivamente meritevoli di attenzione. Basti pensare a quanto accaduto con la trasposizione in live-action di Borderlands, risultata un vero e proprio flop commerciale, o al drammatico Return to Silent Hill che, non solo non rispetta la poetica dietro il titolo Konami, ma ne tradisce del tutto gli intenti. Insomma: non basta prendere un'IP famosa e trascinarla sul grande schermo per fare un buon lavoro. C'è la necessità di comprenderne il valore, del documentarsi sui reali punti di forza del brand e, se si vuole lucrare sui fan, capire quali siano gli elementi desiderati da coloro che hanno speso decine (se non centinaia) di ore sul gioco alla base della trasposizione.
Lo sanno bene i fan di Resident Evil che da anni attendono una trasposizione in live-action fedele in tutto e per tutto alla saga targata Capcom. Un'attesa interminabile, che è passata attraverso sei film scritti (e spesso diretti) da Paul W. S. Anderson, un "reboot" che ha tentato di ripartire dalle basi del franchise e una pessima serie TV prodotta da Netflix. In attesa dell'uscita della nuova pellicola diretta da Zach Cregger (Weapons, Barbarian) e prevista per il 18 settembre di quest'anno, abbiamo quindi deciso di ripercorrere l'intero pacchetto di film legati a Resident Evil. Una discesa nell'abisso dal film più convincente a quello meno riuscito, tralasciando però la succitata serie TV e le diverse produzioni animate che fanno "materia a parte".
Tutto questo per tentare di rispondere a una sola domanda: il successo commerciale dei film di Resident Evil li rende delle opere meritevoli di attenzione?
Resident Evil
Tutto ha inizio nel 1997 quando, a distanza di un anno dall'uscita del primo capitolo della saga videoludica, Constantin Film acquista i diritti per realizzarne un adattamento cinematografico. Una mossa lungimirante, che punta a dare vita alla miglior trasposizione possibile di un videogioco, dandola in mano a un nome storico. La produzione aveva infatti pensato inizialmente di assumere come regista George Romero, ma la scelta cadde poi su Paul W. S. Anderson, famoso non solo per aver lavorato al primo film di Mortal Kombat, ma soprattutto per quella chicca horror che risponde al nome di Punto di non ritorno. Una mossa inaspettata, ma coraggiosa.
Uscito nel 2002, la prima pellicola tratta da Resident Evil è sicuramente l'opera più a fuoco tra tutte quelle presenti in questo articolo. Nonostante gli ottimi incassi, l'esordio di Milla Jovovich nei panni di Alice viene accolto tiepidamente dalla critica e dai fan della saga. Il sentimento generale è quello di aver assistito a una sorta di spin-off della serie, piuttosto che a un vero e proprio adattamento. In molti notano (e criticano) l'assenza di quella elegante decadenza tipica di alcune location storiche, sostituite dai freddi laboratori che spesso fanno la loro comparsa nelle ore finali dei vari capitoli videoludici. Eppure, nonostante tutto, qualcosa funziona.Qualcosa convince il pubblico.
Se l'azione è poco entusiasmante e i vari personaggi (umani e non) che hanno reso celebre il franchise vengono messi da parte, ci sono altri elementi che attirano l'attenzione degli spettatori. Elementi come il fascino e il carisma di una Milla Jovovich perfettamente in parte o una colonna sonora di qualità, all'interno della quale spicca il magnifico main theme composto da Marilyn Manson e Marco Beltrami. Insomma: non tutto è da buttare e questo primo Resident Evil ha tutto il potenziale per segnare l'inizio di una serie di film di successo. Peccato, però, che non abbia fatto che segnare l'inizio della fine.
Resident Evil: Apocalypse
Il successo commerciale del primo film spinge Paul W. S. Anderson a dare vita a un sequel. Il regista passa quindi la palla ad Alexander Witt, rimanendo però al controllo della produzione e della sceneggiatura. Resident Evil: Apocalypse si pone l'obiettivo di adattare nientemeno che Resident Evil 3: Nemesis, un compito tutt'altro che semplice. La direzione del progetto sembra chiara: più budget, più azione e, questa volta, ad Alice si sarebbero uniti diversi personaggi amati dai fan della saga. Personaggi come Jill Valentine (Sienna Guillory), Carlos Olivera (Oded Fehr) e, ovviamente, l'inarrestabile Nemesis (Matthew G. Taylor). Cosa poteva andare storto, quindi? Semplice: praticamente tutto.
Nonostante sia il secondo titolo nella nostra classifica, è ovvio che qualcosa non ha funzionato in Resident Evil: Apocalypse. I pochi punti di forza della pellicola non sono altro che piccoli dettagli che vivono di luce riflessa dal videogioco. Qualche ambientazione iconica, il design di un paio di costumi, qualche creatura che richiama le avventure digitali vissute pochi anni prima dell'uscita del film. Tutto il resto, purtroppo, è raffazzonato, poco riuscito o, al suo meglio, insignificante. Un risultato che divide ancora una volta il pubblico. Pubblico che però corre in massa al cinema, facendo incassare alla pellicola quasi 130 milioni di dollari. Inutile dire che, invece, la critica massacra Resident Evil: Apocalypse senza pensarci due volte, facendo raggiungere al film un punteggio su Metacritic di 35/100.
Sono molti gli aspetti che non tornano in quest'opera firmata da Alexander Witt. L'azione è confusionaria, la trama scialba e gli effetti speciali tipici dei B-Movie. Un trittico di problemi rappresentati proprio da quel Nemesis tanto importante nella storia.Questa creatura implacabile viene portata in scena da una persona con indosso quello che è evidentemente un costume, con tanto di imbottitura che ne rende goffi i movimenti. Movimenti sfruttati poi nella "battaglia finale" per uno scontro corpo a corpo a dir poco drammatico, dove vediamo Alice combattere contro quella che sembra essere una sorta di mascotte di un parco divertimenti a tema horror. La risoluzione della trama del Nemesis, infine, è la pietra tombale su un progetto che dimostra di aver dimenticato tutti gli elementi interessanti della saga di Resident Evil.
Resident Evil: Afterlife
Resident Evil: Afterlife è il quarto capitolo dell'esalogia con protagonista Milla Jovovich. Quarto capitolo che, però, si guadagna il terzo posto nella nostra classifica, scavalcando quello che scopriremo essere la pellicola più dannosa dell'intero franchise. Dopo gli eccessi visti in Resident Evil: Extinction, infatti, la saga cinematografica tratta dai videogiochi Capcom tenta di rimettersi in carreggiata. Alla regia torna infatti Paul W. S. Anderson, che decide di puntare molto sul fan service. Ecco che ci troviamo quindi a rivivere la faida tra Albert Wesker (Shawn Roberts) e Chris Redfield (Wentworth Miller), con la nostra Alice ancora una volta a fare da collante tra le varie parti.
Inutile dire che, nonostante il valido materiale di partenza, ci troviamo di fronte ancora una volta a un prodotto mediocre, che però continua il trend di successo al botteghino. Anche se i vari film della saga suscitano sempre più fastidio nei fan della serie, il box office sembra ignorarne i lamenti. Costato 60 milioni di dollari, Resident Evil: Afterlife ne incassa più di 300, confermando la serie come una vera e propria miniera d'oro.
Nel tentativo di conquistare i succitati fan della serie, Paul W. S. Anderson cerca di rimanere più fedele al materiale originale. Quantomeno sul piano estetico. Resident Evil: Afterlife, infatti, presenta non solo diversi nemici presi di peso (e mal contestualizzati) da Resident Evil 4 e Resident Evil 5, ma delle sequenze del tutto identiche a diversi filmati dei videogiochi. Una scelta che ci sentiremmo anche di premiare, se solo non fosse stata fatta senza alcuna grazia, rendendole tanto gratuite quanto male amalgamate con tutto il resto. Un "resto" che rimane debole sotto tutti i punti di vista. Il "pregio" che ha permesso a Resident Evil: Afterlife di scalare così tanto la nostra classifica è infatti la banalità sconcertante della trama. Una trama che funge da semplice pretesto per mettere in scena le numerose sequenze d'azione e che, di conseguenza, non impatta in maniera eccessivamente negativa nella valutazione finale. Insomma: essendo meno presente, la storia appare meno fastidiosa di quella inserita in altre pellicole. Una bella mossa per "eliminare il problema", signor Anderson!
Resident Evil: Welcome to Raccoon City
Eccoci arrivati a metà classifica. E quale poteva essere il film a fare da spartiacque se non Resident Evil: Welcome to Raccoon City? Reboot del 2021 scritto e diretto da Johannes Roberts (47 metri), Welcome to Raccoon City sarebbe dovuto essere la rinascita del franchise. Un primo capitolo fedele al DNA dei primi due videogiochi della saga, con protagonisti proprio quei personaggi che abbiamo ormai imparato ad amare. Le cose, però, hanno preso una piega del tutto differente.
Guardare questo tentativo di rinascita del franchise è una sorta di esperienza mistica. Ci sono diversi elementi al loro posto, più di qualche scenografia convincente e anche il cast, Leon Kennedy a parte, non ci è parso affatto sbagliato. Peccato, però, che il film presti costantemente attenzione ai dettagli più insignificanti, senza però accorgersi dei macro-errori che devastano l'intera sceneggiatura. Errori che per gli spettatori casuali sono solo "brutti", ma che per i fan della serie risultano addirittura "offensivi". Fa sorridere, però, che uno degli elementi narrativi meno apprezzati sia stato ripreso proprio nel recente Resident Evil: Requiem. Evitiamo di entrare nei dettagli per non rovinarvi l'esperienza, ma diciamo che ha a che fare con l'orfanotrofio di Raccoon City.
In questo alone di mediocrità, Resident Evil: Welcome to Raccoon City si è rivelato anche un insuccesso commerciale.Costato 25 milioni di dollari, ne ha infatti incassati solo 42. Un risultato che potrebbe sembrare buono, ma che in realtà non basta per considerarlo un film di successo e/o per metterne in cantiere un sequel. "Per fortuna", aggiungerebbero in molti.
Resident Evil: Extinction
Ci avviamo quindi verso la parte bassa della nostra classifica. Per farlo, abbiamo scelto il film che ha mandato in malora il franchise: Resident Evil: Extinction. Terzo episodio della serie, ambientato cinque anni dopo Apocalypse, Extinction cambia le carte in tavola, raccontandoci un mondo ormai deserto, devastato dal Virus T. Sono pochi gli esseri umani sopravvissuti e il pianeta è ormai allo sbando, con diverse forme di vita contagiate e mutate in terrificanti creature letali. In mezzo a tutto questo troviamo Alice, ora dotata di superpoteri, decisa a mettere fine all'Umbrella, che nel frattempo sta sperimentando gli effetti del virus proprio su alcuni cloni di Alice.
Che dire? Basta leggere queste poche righe per capire che la situazione è evidentemente sfuggita di mano a Paul W. S. Anderson, che qui firma ancora una volta la sceneggiatura e affida la regia a Russell Mulcahy. Resident Evil: Extinction ha qualche buona scena d'azione, ma la trama è così assurda che l'unica emozione che può suscitare è "confusione". Si rimane basiti di fronte ad alcune sequenze completamente senza senso, che portano avanti la storia "perché sì". È assurdo pensare che gli autori non abbiano deciso di puntare sul fan service nei confronti della serie videoludica, ma abbiano preferito omaggiare piuttosto i due film precedenti. Consapevole del successo commerciale della saga, infatti, Anderson ha deciso di celebrare la prima pellicola della serie riciclando alcune ambientazioni considerate ormai iconiche dagli spettatori. Una scelta che, sulla carta, sembra assurda, ma che a quanto pare deve aver premiato, dato che il film ha incassato 150 milioni di dollari.
Resident Evil: Extinction è il capitolo che ha lanciato il cuore oltre l'ostacolo. Il film che ha sdoganato qualsiasi regola. Se fino ad Apocalypse si stava comunque cercando di assecondare il mood della serie originale, da questo punto in poi le cose sono cambiate definitivamente. "Resident Evil" ha smesso di essere un punto di riferimento, per diventare solo un nome da esporre sulla locandina.E questo, da un punto di vista artistico, rappresenta la morte di una trasposizione sul grande schermo.
Resident Evil: The Final Chapter
Al penultimo posto di questa lunga lista di film da dimenticare troviamo Resident Evil: The Final Chapter, episodio finale della serie con protagonista Milla Jovovich. Scritto e diretto ancora una volta da Paul W. S. Anderson, questo film si pone un obiettivo: chiudere tutte le trame lasciate in sospeso. Il motivo per cui abbiamo deciso di non metterlo in coda alla classifica è proprio perché, nonostante tutto, The Final Chapter riesce davvero nel suo intento, dandoci delle spiegazioni su alcuni avvenimenti del primo film, sul passato di Alice e mettendo un punto a una saga durata ben quindici anni. Il fatto che le risposte siano deludenti e messe in scena in modo svogliato è un'altra questione.
Ci troviamo di fronte, infatti, a un film dove l'azione non convince e dove sembra evidente che gli autori non abbiano mai messo mano al videogioco. Le due nuove creature inserite nella trama, infatti, sono state portate in scena sbagliandone le dimensioni e dando loro un'importanza mai avuta prima nella serie videoludica. Ci riferiamo al Kipepeo che, da piccola creatura alata, diventa una sorta di gigantesco demone volante e al Bloodshot, che dovrebbe essere una "semplice" evoluzione di uno zombie, ma che qui viene trattato quasi come il Verdugo di Resident Evil 4. Insomma: è chiaro che, a questo punto, nulla ha più senso e che Anderson e il suo team abbiano aperto a caso un artbook di Resident Evil e scelto quali creature mettere in scena senza alcuna logica.
Ancora una volta, però, ci troviamo di fronte a un paradosso. Il film viene distrutto dalla critica e la maggior parte degli spettatori è consapevole dei suoi innegabili difetti. Nonostante questo, però, Resident Evil: The Final Chapter ha incassato 312 milioni di dollari, a fronte di un budget di poco superiore ai quaranta milioni. Un successo inattaccabile sul piano puramente numerico, ma che, come vedremo a breve, presta il fianco a un grave problema.
Resident Evil: Retribution
Chiudiamo, infine, con Resident Evil: Retribution, quinto film della saga che si guadagna però l'ultimo posto della nostra classifica. Retribution è, ancora una volta, becero fan service nei confronti della saga cinematografica. Se Extinction puntava però sugli ambienti e sulle situazioni, qui Paul W. S. Anderson decide di investire tutto sul cast. Tornano quindi Michelle Rodriguez e Colin Salmon, nei panni rispettivamente di Rain Ocampo e James "One" Shade, direttamente dal primo film. Sienna Guillory riprende il suo ruolo come Jill Valentine e persino Oded Fehr fa una breve comparsa in un ruolo leggermente diverso dal suo Carlos Olivera. La sensazione è quella di una grande festa di compleanno dove tutti gli ex-compagni di scuola si ritrovano dopo diversi anni. Peccato, però, che a questa festa nessuno sembri divertirsi, forse per colpa di chi l'ha organizzata.
Resident Evil: Retribution è pigro, stanco e vuoto. Poche creature e mal sfruttate (un gigantesco Licker e due Axeman simili a quelli visti in Afterlife), zombie vestiti per combattere il freddo e armati di mitragliatrici e uno scontro finale a dir poco noioso sono solo alcuni degli elementi che rendono questa pellicola dimenticabile. Da segnalare, inoltre, una Milla Jovovich mai così stanca e lontana dal carisma della Alice dei tempi d'oro. Una stanchezza riscontrata dal pubblico e dalla critica, che le ha permesso di venire nominata come "Peggior attrice" ai Razzie Awards del 2013. Tutto questo, comunque, non ha fermato il contatore del box office, che ancora una volta supera il risultato del film precedente, con ben 240 milioni di dollari incassati.
Ormai lo avrete capito: è davvero complesso analizzare le varie trasposizioni cinematografiche di Resident Evil. Nonostante gli evidenti problemi di scrittura, gli effetti speciali posticci, la totale mancanza di coerenza con il materiale originale e l'assurdità di alcune sequenze, questa saga si è rivelata una vera miniera d'oro. Un successo che ha conquistato spettatori da tutte le parti del pianeta, dimostrando che, forse, fare un buon lavoro non è la caratteristica principale per generare introiti. E questo, sia chiaro, è un gravissimo problema. Un problema perché i numeri raggiunti dalla serie non incentivano gli autori a migliorarsi. Li fa andare col pilota automatico, puntando solo ad aumentare l'utenza e a fare più soldi. Perché, in fondo, "va bene così".
Ma siamo davvero sicuri che al pubblico "vada bene così"? Non dovremmo ambire a qualcosa di meglio? A qualcosa in grado di elevare il franchise di partenza, piuttosto che denigrarlo? In attesa di sapere se Cregger la pensi in questo modo, non possiamo far altro che riflettere su queste domande e darci una nostra personale risposta. Il tutto ricordandoci, però, che le nostre scelte (e le nostre spese) possono influenzare il mercato molto più di quanto non sembri.