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I 5 franchise abbandonati che Konami dovrebbe riesumare

Silent Hill è ormai tornato e Castlevania si appresta a seguire l'esempio. Ma quali sono quei franchise di proprietà di Konami che sono finiti nel dimenticatoio e che meriterebbero di tornare?

SPECIALE di Diego Trovarelli   —   04/05/2026
Zone of the Enders
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L'annuncio di Castlevania: Belmont's Curse segna il ritorno di uno dei marchi storici di casa Konami, uno dei più conosciuti e apprezzati, insieme a Contra, Metal Gear e Silent Hill, tanto per fare qualche altro nome. Dopo anni di silenzio interrotto solo da collection e collaborazioni esterne, rivedere il logo di una nuova produzione legata all'epica stirpe di cacciatori di vampiri comparire sui nostri schermi ha però riaperto una crepa che merita di essere allargata: quella della vecchia Konami.

Negli anni Novanta e nei primi Duemila, la compagnia con sede a Tokyo era infatti un'autentica istituzione videoludica capace di dominare ogni genere, dal calcio agli sparatutto, dai JRPG alle avventure di stampo action. E allora, mentre ci prepariamo a tornare a caccia di gente coi canini un po' troppo appuntiti, è lecito domandarsi: cosa manca ancora all'appello? Quali proprietà intellettuali di Konami sarebbe bello veder tornare alla luce?

Bloody Roar

Street Fighter e Tekken saranno pure i punti di riferimento nel panorama dei picchiaduro a incontri, ma bisogna ricordare che Konami possiede i diritti di una serie che, qualora si svegliasse dal letargo in cui è piombata, potrebbe buttarsi nella mischia con chissà quali risultati: Bloody Roar.

Dopo Bloody Roar 4 la serie sembrava destinata a tornare con un quinto capitolo, ma le voci si sono rivelate un nulla di fatto
Dopo Bloody Roar 4 la serie sembrava destinata a tornare con un quinto capitolo, ma le voci si sono rivelate un nulla di fatto

Portato in sala giochi da Raizing e poi su PlayStation da Hudson Soft, il capostipite ha debuttato nel 1997 proponendo una formula fresca e un concetto molto particolare: la trasformazione dei lottatori in bestie feroci che spaziavano da lupi a tigri, passando per gorilla e camaleonti. Stiamo parlando di una caratteristica che permetteva di rigenerare la salute dei combattenti, ma soprattutto rendeva i colpi inferti più potenti, aprendo la strada a un pizzico di strategia nel corso dei match e alla possibilità di inanellare combo spettacolari e fulminee.

Tutto considerato, però, quello messo a punto da Hudson era un sistema di combattimento immediato, ma comunque profondo, capace di soddisfare sia i neofiti che i giocatori più tecnici. Peccato che tutto questo ci ha mollati nel 2003, anno di uscita del discusso Bloody Roar 4 su PlayStation 2. Da allora, a parte qualche rumor qui e là su un quinto episodio, il franchise è rimasto chiuso in una gabbia dorata fatta di ricordi e chissà che non decida di risvegliare oggi la bestia che è in sé. Anche se ci crediamo proprio poco, siamo onesti.

Boktai

Se vi dicessimo che c'è stato un tempo in cui il termine "immersività" non passava per i visori VR, ma attraverso la luce del sole? Ci credereste? E se aggiungessimo che c'è pure stato lo zampino di Hideo Kojima in tutto questo? Stiamo parlando di Boktai, serie che ha sfidato le convenzioni fin dal suo esordio su Game Boy Advance nel 2003 con The Sun is in Your Hand, titolo la cui cartuccia era dotata di un sensore solare che invitava il giocatore a uscire di casa per ricaricare l'arma del protagonista.

Lunar Knights non ha Django come protagonista ma Lucian e Aaron
Lunar Knights non ha Django come protagonista ma Lucian e Aaron

In sostanza, nei panni di Django, un cacciatore di vampiri armato della Gun Del Sol, dovevamo sfruttare la luce solare dell'ambiente circostante per purificare i non-morti; una meccanica pertinente, se ci pensate, e rivoluzionaria, che fondeva il mondo reale con quello virtuale in una maniera quantomeno curiosa. Il brand ha vissuto una luminosa trilogia su GBA, per poi tentare una via laterale su Nintendo DS con Lunar Knights nel 2006; un'avventura di ottima qualità che tuttavia rimosse il sensore solare fisico in favore di un sistema meteorologico virtuale.

Sono però ormai vent'anni che il marchio è rintanato da qualche parte al buio; eppure, con l'attuale tecnologia dei sensori presenti negli odierni smartphone, ad esempio, le possibilità per un ritorno potrebbero essere molto interessanti. Oppure sarebbe più dignitoso lasciare questa inusuale trovata nel passato? Come la pensate voi?

Zone of the Enders

Oltre al sopracitato Boktai e all'immortale Metal Gear, i palati più raffinati ricorderanno senz'altro e con nostalgia l'incursione del buon Kojima nel mondo dei mecha con Zone of the Enders. Nata su PlayStation 2 nel 2001, questa serie ci ha fatto dimenticare la pesantezza dei carri armati ambulanti di altre saghe a base di robottoni; qui i mech, chiamati Orbital Frames, si muovevano infatti con una grazia felina, danzando tra fendenti di spada laser e salve di missili a ricerca automatica.

Yoji Shinkawa aveva proprio dato il meglio di sé stesso per Zone of the Enders
Yoji Shinkawa aveva proprio dato il meglio di sé stesso per Zone of the Enders

Il design di Yoji Shinkawa per il Jehuty protagonista è ancora oggi considerato un capolavoro di estetica sci-fi, mentre il gameplay era un concentrato di azione fluido e spettacolare, in cui il giocatore si sentiva uno schiacciasassi e al contempo fragile e vulnerabile. Ad ogni modo, se il primo capitolo si rivelò a dirla tutta quasi un esperimento, il sequel, The 2nd Runner, datato 2003, si dimostrò tutto ciò che il suo predecessore non era riuscito ad essere: una sinfonia di esplosioni dotata di un comparto tecnico eccellente e una colonna sonora indimenticabile.

Ecco, il filone principale della serie si è proprio fermato lì. Nonostante una versione rimasterizzata per realtà virtuale uscita nel 2018 - Z.O.E. The 2nd Runner Mars -, un terzo capitolo è rimasto nel limbo dei desideri infranti dopo la cancellazione del "Enders Project", annunciata peraltro da Hideo Kojima stesso. Tuttavia, la proprietà intellettuale appartiene a Konami e quella del pubblico per i mech è una sete che sembra essere inesauribile, quindi hai visto mai che...

Vandal Hearts

Prima che Fire Emblem diventasse un fenomeno di massa in Occidente e che Final Fantasy Tactics conquistasse il cuore degli amanti della strategia, Vandal Hearts ha rappresentato per molti videogiocatori l'ingresso nel mondo dei GDR tattici. Uscito nel 1996 su PlayStation, il titolo metteva sul piatto un sistema di classi ramificato, mappe dalla prospettiva ruotabile da parte del giocatore e una trama che era una sorta di thriller politico oscuro, pieno di tradimenti e colpi di scena.

Vandal Hearts è uno di quei marchi che Konami non può dimenticare alla leggera
Vandal Hearts è uno di quei marchi che Konami non può dimenticare alla leggera

Dopo un eccellente sequel che sperimentava un sistema di turni simultanei, la serie ha iniziato a perdere la bussola, culminando con il non proprio memorabile prequel Flames of Judgment, titolo distribuito nel 2010 su PlayStation Network e Xbox Live Arcade. Da quel momento, il silenzio. Tuttavia Vandal Hearts meriterebbe un reboot o un terzo capitolo che sia capace di riesumare gli stilemi della serie, rappresentati da una trama densa di intrighi e da quel gameplay tattico solido e spietato tipico di una volta.

Track & Field

Nelle sale giochi degli anni '80 e nelle camerette degli anni '90, non c'era prova di resistenza fisica superiore a quella richiesta da Track & Field; responsabilità poi raccolta dal suo erede, il più conosciuto International Track & Field arrivato su PlayStation nel 1996. Il concetto di base era di una semplicità disarmante: schiacciare due tasti il più velocemente possibile per correre e premere un terzo tasto con tempismo perfetto per saltare o lanciare. Insomma, puro button mashing elevato però a disciplina olimpica casalinga.

Anche International Track & Field 2000 ha distrutto un sacco di amicizie
Anche International Track & Field 2000 ha distrutto un sacco di amicizie

Questa serie è stata per anni il punto di riferimento per i giochi sportivi multi-evento, ma non lasciatevi ingannare perché nonostante la semplicità dei comandi, padroneggiare il salto in lungo, il lancio del giavellotto o i 110 metri ostacoli richiedeva una coordinazione e una resistenza che spesso portavano alla rottura dei controller o delle amicizie. L'ultimo capitolo degno di nota risale al 2008, all'era Nintendo DS, con New International Track & Field, che tentava di sfruttare il touch screen per simulare lo sforzo atletico. Da allora, il marchio non si è più... "qualificato" per arrivare sul mercato in maniera convincente, lasciando il campo ai soli titoli ufficiali delle Olimpiadi, che spesso però si sono dimostrati meno carismatici.

New International Track & Field ha provato a far risorgere la serie su DS
New International Track & Field ha provato a far risorgere la serie su DS

Diciamo che con l'ascesa degli eSports e dei party game competitivi, un ritorno di Track & Field, magari con modalità online globali e un comparto tecnico adeguato, potrebbe essere una boccata d'aria fresca, chissà. E poi dopo i vari Gianmarco Tamberi, Marcell Jacobs e Federica Pellegrini, il fascino olimpico - anche se in veste videoludica - potrebbe fare seriamente breccia dalle nostre parti.

Voi cosa ci dite? Già, perché, al netto di Delta: Snake Eater e Metal Gear Survive, è vero che anche il marchio Metal Gear manca da più di 10 anni sul mercato con un episodio inedito, ma scavate un po' più a fondo: cos'altro dovrebbe riesumare Konami dal suo carniere?

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