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Defender of the Crown: The Legend Returns, la recensione del remake che tradisce (in meglio) l'originale

Testato su PC il remake di Defender of the Crown: la Modalità Classica convince poco, la Modalità Regno regala nuova vita al classico Cinemaware del 1986.

RECENSIONE di Simone Tagliaferri   —   13/08/2026
Due cavalieri di Defender of the Crown: The Legend Returns combattono per una fanciulla

Defender of the Crown era uno di quei titoli impossibili da non amare all'epoca dell'Amiga. Era il lontano 1986 e Cinemaware era la software house più impegnata a cercare di unire linguaggio cinematografico e videoludico, pur in modo spesso molto ingenuo. Le risorse messe a disposizione dai sistemi di allora non erano certo infinite, ma le inquadrature di taglio cinematografico per le varie sezioni di gioco e una grafica fuori parametro fecero il resto. Come dimenticarsi dello stupore di fronte alle giostre medievali combattute in prima persona o alle brevi ma intense sequenze d'intermezzo di liberazione delle damigelle rapite? Detto questo, era anche uno strategico molto blando che si poteva finire rapidamente.

Non fraintendete, perché in realtà sono affezionatissimo a Defender of the Crown, di cui ho degli ottimi ricordi. Cercando di essere obiettivi, però, è impossibile non ammettere che, spettacolarità a parte, a livello di gameplay era un colabrodo. Per questo motivo mi sono approcciato con tanta curiosità e scetticismo al remake ufficiale, Defender of the Crown: The Legend Returns, che aveva l'arduo compito di soddisfare i nostalgici, risolvendo al contempo i problemi dell'originale.

Tre modalità

Credo che in Black Tower Basement, lo studio di sviluppo del remake, fossero consapevoli dei rischi di un progetto simile. Per questo motivo hanno cercato di soddisfare tutti offrendo praticamente tre giochi differenti. Nel pacchetto troviamo quindi la Modalità Retrò, ossia il Defender of the Crown del 1986 nudo e crudo; la Modalità Classica, praticamente lo stesso gioco modernizzato nel gameplay, nella grafica e nell'interfaccia; e la Modalità Regno, un deckbuilder roguelike molto diverso dagli altri due, a parte per la mappa di gioco: l'Inghilterra dell'epoca di Robin Hood. L'obiettivo, in ogni caso, è quello di unificare tutti i territori in un unico regno, ma i modi per farlo sono molto diversi.

Diciamo subito che la modalità Classica ha ereditato i molti problemi di Defender of the Crown, che possiamo riassumere nella scarsità di opzioni strategiche e tattiche a disposizione per vincere le battaglie e, più in generale, la campagna. Nella pratica, vanno creati eserciti da spostare una volta per turno per conquistare i territori limitrofi al nostro, che siano liberi o occupati dagli altri lord che perseguono il nostro stesso obiettivo. Le unità disponibili sono soltanto tre: soldati, cavalieri e catapulte, che sul campo vengono influenzate dalla tattica selezionata (soltanto quattro) e dalle abilità di comando del lord scelto a inizio partita (non modificabile).

Defender of the Crown: The Legend Returns ha una data di uscita: il nuovo trailer dal Future Games Show Defender of the Crown: The Legend Returns ha una data di uscita: il nuovo trailer dal Future Games Show

Gli scontri vengono combattuti in automatico, ma il problema non è la semplicità del sistema, che può anche starci nell'ottica di non appesantire il tempo di gioco con battaglie molto ripetitive, quanto il fatto che la vittoria è quasi sempre una questione di numeri, ossia di quantità di truppe schierate in campo. Non ci vuole molto a capire il vantaggio offerto dall'ammucchiare più truppe possibili per vincere praticamente sempre, anche perché gli altri valori da considerare sono in qualche modo adulterati. Per inciso, i lord avversari hanno sempre il valore di comando al massimo, fatto che rende abbastanza inutile qualsiasi confronto in tal senso. Il paradosso è che si tratta di un bonus facilmente equilibrabile: basta liberare delle damigelle in pericolo, un evento tra i turni che si presenta con una certa regolarità, per ottenere punti comando supplementari.

L'Inghilterra è nostra
L'Inghilterra è nostra

Così diventa chiaro che anche la selezione iniziale del lord è abbastanza inutile e si tende a scegliere chi è più abile nel combattimento all'arma bianca, per arrivare ad avere due valori al massimo. Il terzo valore dei lord è relativo all'abilità nella giostra medievale che, se vinta, può fruttare territori o fama. Detto tra noi, ho riconquistato tutta l'Inghilterra per ben due volte senza mai vincere una giostra. Ho quindi giocato una terza partita per vedere cosa cambiava selezionando un lord più capace nei tornei, ma alla fine sono tornato alla solita tattica perché era comunque la strategia più efficace per vincere.

Giostrare, assediare, combattere

Come nell'originale, anche nel remake i vari eventi sono semplicemente dei minigiochi, che di loro diventano velocemente ripetitivi (40 anni non hanno insegnato nulla, a quanto pare). La già citata giostra medievale richiede di mantenere in equilibrio il cavaliere puntando lo scudo dell'avversario con la lancia, senza varianti apprezzabili tra un torneo e l'altro, a parte per l'abilità degli avversari.

Giostrare è questione di pochi secondi a incontro
Giostrare è questione di pochi secondi a incontro

L'assedio, invece, ci vede sempre prendere la mira con una catapulta per colpire i punti deboli delle mura nemiche, per poi incendiare il castello o spargere un morbo che indebolisca le difese. Da notare che si utilizza sempre una sola catapulta, con un numero limitato di colpi, a prescindere da quante se ne abbiano nell'esercito. Anche le sequenze sono sempre identiche, a prescindere dalla grandezza della fortificazione assediata o dalla sua posizione. A cambiare è solo la posizione delle crepe sulle mura nemiche.

Gli assedi sono tutti uguali
Gli assedi sono tutti uguali

Infine abbiamo il combattimento all'arma bianca, per delle sequenze che richiamano molto Karateka, ma in salsa cappa e spada. In totale ci sono due scenari: la razzia di un castello o il già citato salvataggio di una damigella, che si ripetono sempre identici tra loro. In entrambi ci si muove da sinistra a destra e si devono eliminare quattro avversari per vincere (tre generici e una specie di boss). Combattere stanca subito, visto che si dispone solo di due tipi di attacchi: veloce e caricato; e del tasto di parata. Vincere è sempre questione di bloccare all'ultimo istante i colpi dei nemici per stordirli e poi picchiarli senza pietà, azzerandone i punti vita. Altrimenti si possono usare dei trucchetti abbastanza patetici, basati sul fatto che alcuni avversari, in particolare quelli che dovrebbero essere i boss, tendono a non avanzare oltre una certa soglia della stanza in cui si trovano. La conclusione è che anche queste sequenze, pur migliori di quelle dell'originale, stancano presto perché non offrono varianti significative. Anzi, non offrono proprio varianti.

Razziare castelli o salvare damigelle porta sempre a sequenze identiche tra loro
Razziare castelli o salvare damigelle porta sempre a sequenze identiche tra loro

Se non lo si è capito, arrivare alla fine della modalità principale di Defender of the Crown è una mera questione di pazienza. La nuova versione migliora l'originale rendendo più chiari i combattimenti, meno misteriosa l'interfaccia e migliorando la grafica delle varie sezioni, ma è davvero tutto qui. Oltretutto, sono state rimosse o ridimensionate alcune sequenze d'intermezzo (sì, hanno tolto anche quelle delle damigelle), tanto che l'esperienza nel suo complesso risulta sì più rifinita, ma anche più povera dal punto di vista narrativo.

Il mio Regno per un cavallo

Vi confesso che se prendessimo in considerazione solo la modalità Classica di Defender of the Crown: The Legend Returns ci troveremmo di fronte a un gioco gravemente insufficiente. Paradossalmente ha più senso giocare l'originale, che almeno ha un suo valore documentale, invece di dedicarsi al remake che, nonostante si finisca davvero velocemente (ci abbiamo messo meno di due ore), riesce a stancare per eccesso di ripetitività.

In modalità Regno, la mappa è diversa
In modalità Regno, la mappa è diversa

A salvare il gioco, almeno parzialmente, arriva la Modalità Regno che, quantomeno, prova a dire qualcosa di diverso. Come già detto, l'obiettivo finale è sempre quello di conquistare l'Inghilterra, ma per farlo dovremo costruire un mazzo di carte sempre più potente e articolato, per vincere dei confronti tra dadi. Il giocatore seleziona un territorio all'inizio del turno, dove possono accadere vari eventi. Quando si affrontano dei nemici, lo scenario cambia e, invece della classica schermata di battaglia delle altre modalità, si accede a una plancia in cui i due schieramenti tirano tanti dadi quante sono le unità disponibili nell'esercito. Quindi, a turno, giocano delle carte che influenzano il valore dei dadi. Il numero di carte da giocare dipende dal valore di comando e, in caso di necessità, è possibile anche spendere delle carte speciali che possono alterare profondamente lo scontro. Vince chi alla fine ha il punteggio più alto.

Conclusa una partita, è possibile assegnare dei tratti al proprio lord e aggiungere gemme a una corona, il cui numero complessivo determina il livello di difficoltà della partita successiva. All'inizio le cose sono molto facili, ma sommando qualche gemma la sfida diventa più impegnativa e, di fatto, interessante e si rigioca più che volentieri.

La modalità Regno è un deckbuilder roguelike, sostanzialmente un altro gioco rispetto alle altre modalità
La modalità Regno è un deckbuilder roguelike, sostanzialmente un altro gioco rispetto alle altre modalità

In questa modalità anche giostrare e assediare sono attività meno ottuse che in quella Classica. I minigiochi cambiano completamente: per vincere un assedio bisogna indovinare una sequenza di dadi partendo da un indizio numerico, mentre i tornei richiedono di lanciare più dadi possibili, sperando che non esca un 1 (azzera i lanci) e cercando, allo scadere del tempo, di avere un punteggio complessivo più alto di quello dell'avversario. A ben vedere si tratta di soluzioni semplici, ma che lavorano con intelligenza il materiale di partenza. Certo, la parte strategica viene meno, ma quantomeno si ha voglia di rigiocare più volte per provare le varie combinazioni con le carte e i livelli di difficoltà superiori. Gli equilibri in campo non sono impeccabili e non è difficile trovare delle strategie vincenti facilmente replicabili, vista anche la scarsa intelligenza degli avversari gestiti dalla CPU, ma in generale funziona, come a dire che Defender of the Crown: The Legend Returns risalta quando si allontana da Defender of the Crown. Non è proprio un complimento.

Conclusioni

Versione testata PC Windows
Digital Delivery Steam, Epic Games Store, GoG, PlayStation Store, Microsoft Store, Nintendo eShop
Multiplayer.it
6.0
Lettori
ND
Il tuo voto

Defender of the Crown: The Legend Returns è un tentativo un po' goffo di recuperare un classico. È come se durante lo sviluppo ci si sia resi conto che la formula dell'originale non poteva più funzionare e si sia deciso di aggiungere una modalità extra che è un vero e proprio gioco a parte, evitando così di scontentare la fanbase. Il risultato è un'opera che funziona lì dove sfrutta il suo passato come pretesto per introdurre qualcosa di nuovo, mentre pecca come celebrazione di un titolo che oggi ha senso solo in funzione storica. Capisco il tentativo di non scontentare la fanbase, ma così è difficile consigliare la modalità Classica a chicchessia. Al limite rigiocatevi l'originale, che almeno ha dalla sua un enorme valore storico.

PRO

  • La modalità Regno è la parte migliore del pacchetto
  • L'originale mantiene tutto il suo valore storico

CONTRO

  • La modalità classica aggiunge poco o nulla all'esperienza
  • Alcune meccaniche andavano svecchiate con più decisione e rese meno ottuse
  • Alcune sequenze sono state rimosse dalla modalità classica
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L'editore ci ha fornito un codice del gioco per Steam.
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