Show a sorpresa
Qualcosa è andato terribilmente storto se gli ultimi State of Play, gli eventi organizzati da Sony per mostrare gli ultimi prodotti PlayStation al pubblico, sono stati così controversi.
Effettivamente non c'è più niente di speciale in questi appuntamenti e spesso fermarsi a vedere cosa viene mostrato è una vera e propria scommessa con se stessi: a volte si può rimanere stupiti, questo è fortunatamente vero, ma solitamente si va via con l'amarissimo in bocca.
Dell'ultimo State of Play per esempio non si sapeva un bel niente, solo che sarebbero stati due eventi uniti, ma separati: il primo più generalista, il secondo dedicato specificatamente ai videogiochi asiatici. In realtà le cose sono andate diversamente perché nel primo State of Play sono stati mostrati anche giochi giapponesi, cinesi, che poi sono apparsi per la seconda volta nel blocco successivo (addirittura una terza, se si prende in considerazione l'evento Konami del tardo pomeriggio!). Si fa davvero fatica a capire la logica dietro una simile strategia, se così si può chiamare, ma è un perfetto esempio di quanto questa tipologia di eventi sia diventata sciatta, impersonale e inconcludente.
Un carosello di giochi
A chi giova vedere per la quinta volta lo stesso minuto del nuovo Metro 2039? A chi giova mostrare due volte lo stesso gioco in momenti diversi e come se non fosse stato mostrato prima? I Teletubbies facevano la stessa cosa, se ricordate. Soprattutto mi servirebbe sapere come funziona la selezione dei giochi e come questi influiscono sulla cadenza dello show. È logico che lo State of Play non sia una semplice vetrina, ma una parte di una gigantesca macchina del marketing, ci deve
Al momento l'impressione che ho è che questi appuntamenti siano diventati una sorta di carosello pubblicitario da mandare live nel momento in cui gli accordi commerciali lo richiedono e non quando c'è qualcosa da dire e da comunicare. Cinicamente andrebbe anche bene, ma ad accompagnare l'inserto deve esserci anche un prodotto editoriale che al momento è del tutto assente. Non voglio parlare della qualità dei giochi presentati, in larga parte prodotti di genere con un peso relativo, ma sono certo che molti titoli dileggiati in live avrebbero avuto tutt'altra accoglienza se presentati in modo migliore e in un contesto a loro più affine.
Succede anche con gli eventi PC dove vengono presentati dozzine e dozzine di giochi senza nessuna logica, e dopo due ore non riesci più a distinguere gli uni dagli altri. Esattamente come succede quando devi scegliere un nuovo profumo: dopo qualche tentativo il naso non riesce più discernere tra i vari aromi. Un tempo i giornalisti scremavano il superfluo, oggi potrebbero farlo anche i creator, ma questo passaggio viene oramai da tempo saltato a priori, ritenuto inutile e controproducente: ti becchi tutto e te lo becchi ora. Per me era meglio prima, per voi?
La vecchia guardia ci mette la faccia
La segretezza che avvolge i prossimi progetti PlayStation rende le cose peggiori perché a trattare i videogiochi come armi atomiche, o segreti militari, ti trovi in una situazione dove non hai più nulla da dire e da mostrare. Si può capire Intergalactic, gioco su cui Sony punta tantissimo e di conseguenza preferirebbe parlarne quando si sarà in parte placato l'effetto GTA, ma è possibile che non ci sia stato nulla di nuovo di God of War Laufey? Anche un messaggio dello sviluppatore, il menzionare una meccanica particolare o presentare un nuovo personaggio, sarebbe bastato.
Il solo a metterci la faccia senza problemi rimane Yamauchi di Polyphony Digital, tutti gli altri sono ben arroccati in un fortino da cui non trapela nulla se il PlayStation Blog non voglia. L'unica cosa inaspettata dell'ultimo State of Play è stata la riproduzione Lego della prima PlayStation, davvero carina ma non è un buon segnale che un giocattolo superi in importanza il prodotto centrale. Sony ha trasformato un momento che dovrebbe creare attenzione in quello che sembra un semplice contenitore di comunicati commerciali.
Il problema è la sensazione di assistere a qualcosa che non è stato pensato per chi guarda, ma per soddisfare una serie di esigenze interne all'azienda. Quando il pubblico percepisce questo meccanismo, l'evento perde inevitabilmente valore e con esso anche tutto ciò che c'è al suo interno. Per questo anche con il titolone inaspettato resta spesso la sensazione che non tutto sia andato per il meglio, che in fondo manchi qualcosa.
M.I.A.
Perché Sony non era alla Gamescom? Perché rinunciare a uno dei pochi momenti dell'anno in cui l'industria, la stampa e il pubblico si ritrovano nello stesso posto, preferendogli uno show registrato e trasmesso online? Esattamente come ha fatto Square Enix, che ha sfruttato la fiera di Colonia per presentare la demo Final Fantasy Resonance che vi abbiamo raccontato ieri.
Il format o va assecondato, o va ripensato, ma certo non può continuare ad inoltrarsi in questo percorso estenuante tra nottatacce buttate inutilmente al vento e chat avvelenate, in attesa che forse, in quegli ultimi due minuti, si veda qualcosa per cui è valsa la pena aspettare. Questa non può essere la vetrina più importante della leader del settore.
C'è però qualcosa di ogni State of Play che non manca mai di darmi gioia: è sempre una buona scusa per ritrovarci tutti insieme a sperare e a chiacchierare della nostra passione.