Qualche mese fa, Netflix ha sperimentato il trittico videogioco-horror-smartphone con Unhinged: La follia (ne abbiamo parlato qui). Un piccolo esperimento molto intrigante che colpiva non per la storia intricata (una ragazza chiusa in un palazzo con un serial killer), ma per un'intuizione particolarmente riuscita: trasformare il telefono del giocatore nello smartphone della protagonista. Fondere reale e virtuale in questo modo ha permesso a Night School Studio - già autori del bel Oxenfree - di accorciare le distanze tra ciò che sta dentro e fuori lo schermo. Il telefono del giocatore squillava, poteva effettuare chiamate o leggere i messaggi scambiati con gli altri personaggi del videogioco. Piccolo, intrigante; una promessa. Bastava un browser, o una televisione compatibile, e il proprio telefono per giocare.
Quando è stato annunciato The Conjuring: Senza voce, firmato da Supermassive Games (gli autori di Until Dawn e del recente Directive 8020, che si sono costruiti una carriera attorno a esperienze simili), ci era sembrato interessante che lo smartphone tornasse a fare da controller. Serviva, in effetti, qualcosa di più concreto che sfruttasse l'intuizione di Unhinged. Purtroppo non è andata proprio così, per un fatto incontrovertibile: il gioco è ambientato negli anni '80, quando gli smartphone non erano nemmeno nei film di fantascienza.
C'è anche un'altra grande differenza rispetto al videogioco di Night School Studio, ovvero il fatto di far parte di un universo narrativo già esistente. Se Unhinged era totalmente originale, in questo caso si cambia registro. The Conjuring, diretto da James Wan nel 2013, oggi è il capostipite di una saga cinematografica che conta una decina di capitoli effettivi tra sequel e spin-off, con una mitologia molto forte. Un universo di storie dell'orrore che ruotano attorno alle figure di Ed e Lorraine Warren, due presunti demonologi americani attivi dagli anni '50, che si sono occupati di alcuni dei casi di possessione e infestazione più famosi al mondo, come quello della casa di Amityville.
Tutti al Red Lion Inn
In effetti, la prima cosa che vediamo in The Conjuring: Senza voce è Annabelle, la famosa bambola posseduta che i coniugi Warren custodiscono nel loro piccolo museo dell'occulto casalingo. Ma questa volta non ci interessano né i Warren né Annabelle, bensì un carillon che sentiamo suonare sullo sfondo, appoggiato su uno dei ripiani di questo museo orrorifico. Accompagnati dal suono del meccanismo, vediamo il carillon aprirsi e svelarci la storia di questo videogioco, che dura più o meno come un film (circa un'ora e mezza) e che rappresenta a tutti gli effetti una vicenda originale ambientata nell'universo di The Conjuring.
Le premesse sono un po' strambe: i Cooper, una famiglia che sta cercando di superare un brutto lutto, si trasferiscono a vivere nel Red Lion Inn, una storica locanda che si dà il caso sia uno dei posti più infestati della Gran Bretagna. Non stiamo troppo a chiederci il perché. La figlia più piccola, Bryony, comincia a vedere cose che non dovrebbe vedere: fantasmi, presenze, crocifissi che si inclinano al suo passaggio e finiscono a testa in giù. Il papà, allarmato, si rivolge a una professionista: Francesca Noakes, un'indagatrice del paranormale che si è formata proprio presso i coniugi Warren.
Da qui si dipana una storia che intreccia la vicenda personale della famiglia, quella della locanda e anche quella di Francesca, tormentata anch'essa da un passato molto difficile. Fa strano dirlo, perché le premesse sono assai forzate, ma tutto sommato la narrazione procede in maniera convincente: è semplice, senza grandi colpi di testa, ma si regge sulle sue gambe. Probabilmente il merito è anche delle interpretazioni degli attori, tutti molto in parte, soprattutto di Emma McDonald nei panni di Francesca. L'attrice inglese riesce a regalare profondità al personaggio e a dotare di un'anima la protagonista grazie alla sua espressività. Un plauso anche a Unreal Engine, che traduce alla grande la performance dell'attrice. Sono molto brave anche le giovani interpreti delle sorelle Cooper.
Il resto lo fa la regia, e decisamente con garbo. Pur senza brillare mai per un guizzo particolare, The Conjuring: Senza voce scorre meglio delle ultime produzioni di Supermassive Games. La storia è ritagliata perfettamente attorno a quell'ora e mezza di durata e, soprattutto, il gioco fa attenzione a non mandare a monte la sospensione dell'incredulità del giocatore. L'atmosfera è tesa, le musiche sottolineano bene i momenti di tensione e c'è qualche spavento affidato (purtroppo) ai soliti jump scare. Anche da questo punto di vista, The Conjuring: Senza voce fa il suo, senza strafare.
Lo smartphone come controller
Verrebbe da chiedersi come sia The Conjuring: Senza voce pad alla mano, ma la domanda è sbagliata in partenza: come anticipato, si gioca con il telefono. All'inizio dell'avventura si scansiona un QR code e lo smartphone diventa l'unico strumento necessario per interagire con il mondo di gioco. Si fa scivolare il dito avanti e indietro, come se il touch screen fosse un trackpad, per muovere il personaggio e seguire il rilevatore EMF, che indica la presenza di fenomeni paranormali. Il dito scivola sullo schermo anche per compiere delle scelte per conto dei personaggi, come da tradizione di Supermassive Games.
Francesca ha a disposizione anche altri due strumenti per indagare il soprannaturale: una radio che capta i suoni spettrali e riesce a metterla in comunicazione con il mondo degli spiriti, e una vecchia telecamera che può rilevare la presenza di entità occulte. Quando Francesca utilizza questi gadget, lo smartphone che abbiamo in mano si trasforma. Nel caso della videocamera, sullo schermo del telefono vedremo ciò che l'indagatrice sta inquadrando nel gioco e bisognerà muoversi nella stanza per individuare l'entità. Con la radio, invece, dobbiamo muovere il telefono fino a trovare il punto in cui la ricezione è migliore e poi restare in attesa di ricevere la comunicazione dall'aldilà.
Come premesso, negli anni '80 non esistevano smartphone e quindi non sussiste quello scambio intrigante che, in Unhinged, trasformava il nostro telefono in quello del personaggio interpretato da Zoë Kravitz. La sensazione è che si sarebbero potute sfruttare maggiormente le caratteristiche di un dispositivo pieno di funzioni come il telefono, senza limitarsi al solo giroscopio e al touch screen. È anche vero che l'esperienza pensata da Supermassive Games è molto più simile a un videogioco in senso canonico - almeno secondo la loro concezione del medium - rispetto al gustoso giro di giostra rappresentato da Unhinged.
The Conjuring: Senza voce si difende bene, pur nei limiti storici del genere e del mezzo: si gioca poco e a volte si ha l'impressione di guardare un film. Il design dei livelli è lineare da impazzire, anche perché è composto perlopiù da corridoi. Con il telefono a fare da pad, sarebbe stato in effetti scomodo prevedere una meccanica esplorativa. Inoltre, il formato "mini" del videogioco non permette di disegnare una serie di scelte e conseguenze complesse come avviene di solito nei titoli di Supermassive Games. Paradossalmente, però, questa estrema semplicità ha riportato l'esperienza all'essenza pura di ciò che funzionava nei migliori lavori dell'azienda: un racconto dell'orrore interattivo capace di ballare a suo agio sul confine tra cinema e videogioco.
Conclusioni
The Conjuring: Senza voce è paradossalmente la cosa migliore che Supermassive Games ha firmato nel genere da un po' di tempo a questa parte. Una storia dell'orrore semplice, interattiva, che rispetta tutti i crismi del genere e si appoggia alla mitologia della saga cinematografica di The Conjuring. Ha delle ingenuità di scrittura, ma si regge sulla performance attoriale di un'ottima Emma McDonald, che interpreta Francesca Noakes, allieva di Ed e Lorraine Warren. Si gioca poco, a volte forse troppo poco, ma le trovate per utilizzare il giroscopio e il touch screen dello smartphone sono intriganti. Si poteva fare di più per sfruttare anche le altre caratteristiche del dispositivo, ma l'esperimento è riuscito: se ne avvertono tutti i limiti e tutta l'eccitazione per la novità.
PRO
- Buone performance degli attori
- Le idee per sfruttare il giroscopio dello smartphone
- Una storia semplice che funziona
CONTRO
- Ancora più guidato delle tipiche produzioni Supermassive
- Ci sarebbe piaciuto vedere di più dell'universo The Conjuring
- Si poteva sfruttare qualche altra caratteristica dello smartphone