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Street Fighter, la recensione del film live action con Ryu, Ken e Chun-Li

Il film di Kitao Sakurai, nei cinema dal 15 ottobre con Andrew Koji e Noah Centineo, punta su combattimenti e nostalgia anni '90 ma lascia poco spazio ai personaggi.

RECENSIONE di Diego Trovarelli   —   15/10/2026
I principali protagonisti del film di Street Fighter

Quello tra cinema e videogiochi è stato spesso un dialogo zeppo di incomprensioni ed equivoci, non staremo qui a negarlo. L'adattamento pedissequo non sempre si è rivelato la scelta più azzeccata per restituire al pubblico quello spirito che aveva amato nei propri titoli del cuore; mentre prendere le distanze per raccontare qualcosa di inedito - seppur appartenente allo stesso immaginario di riferimento - ha spesso finito per far storcere più di qualche naso.

Il Resident Evil di Zach Cregger sembra aver aperto una nuova breccia in questo muro di apparente incompatibilità e, a un mese esatto dalla sua uscita, Capcom assesta un secondo colpo portando sul grande schermo la trasposizione di un altro marchio leggendario, quello Street Fighter che nelle sue versioni live action finora ha raccolto (e dispensato) più delusioni che soddisfazioni in sala.

Stavolta è toccato a Legendary Pictures e al regista Kitao Sakurai provare a rendere giustizia cinematografica a uno dei franchise più prestigiosi della storia videoludica, attraverso una pellicola che si propone come un reboot intenzionato a fare la gioia dei fan a qualsiasi costo. L'Hadoken era carico al massimo, dunque, ma avrà centrato il bersaglio?

Di nuovo sul ring

Come ampiamente lasciato intendere dal materiale promozionale diffuso negli ultimi mesi, la storia firmata da Dalan Musson e Gary Dauberman è ambientata nel 1993 e per prendere il largo si appoggia fedelmente sulle fondamenta gettate dal primissimo capitolo della serie videoludica: il primo World Warrior Tournament è andato in archivio da qualche anno; Ryu ha portato a casa il titolo di guerriero più forte del pianeta dopo aver sconfitto Sagat in finale, ma un'ombra tetra comincia a insinuarsi dentro di lui.

L'incontro tra Balrog e Ken Masters
L'incontro tra Balrog e Ken Masters

All'alba del racconto troviamo così Ken e il suo vecchio fratello di arti marziali ormai a un punto morto della loro carriera: il primo è diventato una sorta di influencer in gi che tutto fa tranne combattere per davvero; il secondo conduce invece un'esistenza dal profilo bassissimo, lontana dai riflettori e, va da sé, anche dal ring.

Il rapporto tra i due è ai minimi storici a causa di una ferita mai sanata e di segreti mai confessati, ed è in questo spazio ristretto che si infila Chun-Li, emissaria di M. Bison che va setacciando il mondo in cerca di lottatori che possano prendere parte alla seconda edizione del torneo. Un'occasione, questa, che potrebbe essere di chiarimento - e forse di riappacificazione - per i due ex allievi di Gouken, ma che in realtà rappresenta un piano orchestrato dallo stesso Bison per attirare il campione in carica di nuovo sul tatami per i propri loschi progetti.

Un innesco semplice e lineare, dunque, che nel corso di due ore si articola in una narrazione che stende il tappeto rosso a tutti i personaggi più amati, concentrandosi su Street Fighter II, sulla sua versione Super e strizzando l'occhio alla serie Alpha. Il Ryu di Andrew Koji e Ken sono due figure sulle prime tratteggiate agli antipodi dal punto di vista visivo e dell'atteggiamento, con il lottatore a cui Noah Centineo presta le fattezze che si dimostra l'emblema di quell'esagerazione che il film cerca a più riprese per riproporre lo spirito tamarro degli anni '90.

Guile è interpretato dal wrestler Cody Rhodes
Guile è interpretato dal wrestler Cody Rhodes

In questo senso, infatti, Street Fighter abbraccia in pieno l'impronta pop del periodo in cui il marchio è esploso e lo fa attraverso scelte estetiche e cromatiche di tutto rispetto, audaci, neon, fluo e una predisposizione per la caciara che non si risparmia davvero nulla sul fronte degli easter egg e dei riferimenti ai videogiochi.

A tutto questo si affianca un comparto audio che si fregia di pezzi energici e in linea con l'epoca, dai 4 Non Blondes agli Offspring, e che quando mette sul piatto degli accenni ai temi musicali dei singoli lottatori tratti dal videogioco qualche brivido lungo le braccia lo fa passare eccome. La regia di Sakurai accompagna senza troppi fronzoli l'azione più sfrenata rappresentata da combattimenti dinamici e ben coreografati ma che non fanno gridare al miracolo, con l'esecuzione di alcune delle mosse simbolo del franchise che farà di certo più di una carezza al cuore dei fan di vecchia data.

Questo è però un aspetto che finisce per rivestire un ruolo ambivalente all'interno del film: se è vero che aspettarsi sul grande schermo tutto ciò che abbiamo adorato pad alla mano è cosa buona e giusta, l'opposta sensazione che si fa strada durante la visione è quella di un fanservice a tratti massiccio, che si preoccupa di mettere in scena certe scazzottate per la pura necessità di mostrare i colpi speciali dei membri del roster che tutti conosciamo più che per fini narrativi.

Tutta la potenza di Zangief
Tutta la potenza di Zangief

Una decisione in parte obbligata quella degli autori, considerato lo stampo corale dell'impianto narrativo, ma, se si rovescia la medaglia, che dà anche in pasto allo spettatore zuffe e duelli che sembrano appositamente apparecchiati solo per inserire specifiche caratteristiche di un personaggio e dimostrare che no, non ci si è dimenticati di lui, tranquilli.

Due stili di combattimento

Senza dubbio il fatto di appartenere al genere picchiaduro ha sempre rappresentato motivo di desiderio da parte del pubblico e degli studi verso un'eventuale trasposizione cinematografica di Street Fighter, ma questo è anche un elemento che porta con sé qualche fisiologica controindicazione.

Nonostante l'opera di Sakurai decida infatti con saggezza di stringere su Ryu, Ken e sulle gesta di Chun-Li anziché optare per un'azione più dispersiva, i personaggi di Street Fighter sono tanti e sulla carta tutti affascinanti, e lo spazio per la caratterizzazione di ciascuno di loro è a dir poco risicato. Questo si traduce nel già citato bisogno forzato di regalare ai comprimari un proprio momento pur di far loro gridare "Presente!" e in una sceneggiatura frettolosa che non riesce a conferire a nessuno di essi la profondità che meriterebbe, finendo per non avere una visione nitida su quale direzione imboccare.

Il risultato è un plot "leggerino", che funge quasi più da mero pretesto per scontri altamente distruttivi (a proposito: ma quanti muri vengono demoliti?!) e che mette sul fuoco tanta carne per poi cucinarne a puntino pochissima, specie sul fronte delle backstory e di un design dei personaggi e delle loro ragioni che vada a beneficio anche di coloro che sono a digiuno dell'immaginario creato da Capcom.

La stessa trama che coinvolge il legame tra Ryu e Ken vive di cambiamenti repentini che purtroppo ignorano il giusto arco di trasformazione che i due personaggi sarebbe bene attraversassero per giungere all'illuminazione e, sì, questo anche in un film che non fa di certo dell'introspezione il proprio cavallo di battaglia.

Il rapporto tra Ryu e Ken è il nucleo della storia ma evolve in modo piuttosto sbrigativo
Il rapporto tra Ryu e Ken è il nucleo della storia ma evolve in modo piuttosto sbrigativo

I presupposti, infatti, c'erano tutti: un passato doloroso, una fratellanza da ricucire e una nuova vetta spirituale a cui ascendere; eppure molti cambiamenti chiave passano per mezzo della parola diretta, dell'informazione data in linea retta (veicolata da dialoghi tutt'altro che memorabili), che fa sì risparmiare tempo prezioso ma che fa anche tanta, tanta didascalia.

A questo proposito, una menzione d'onore va in verità riservata alle parti deputate ai flashback, realizzate in uno strepitoso stile animato portatore di un tono che fa da netto e apprezzabile contraltare a quello affidato alle sequenze live action. Nel passato di Ryu e Ken, infatti, l'accento è eroico, grave e leggendario, e riequilibra un'atmosfera che nel presente sfocia invece spesso nella commedia, che rispetta l'identità mai davvero seria fino in fondo del marchio, ma che nel farlo propone un umorismo e delle trovate che raramente fanno centro.

Stiamo parlando di un taglio che coinvolge un po' tutti i personaggi in misura differente, da Dan Hibiki, che il più delle volte adempie la funzione di pura spalla comica, fino all'insopportabile Don Sauvage e al Bison di David Dastmalchian, che si allontana dai contorni netti del nemico diabolico e senza scrupoli per assumere più quelli di un pazzoide prigioniero della propria ossessione.

Conclusioni

Multiplayer.it

6.5

Rispetto ai suoi famigerati predecessori live action, Street Fighter è un film che ha certamente più equilibrio e che può contare su assi nella manica visivi e sonori capaci di solleticare la nostalgia del pubblico e far passare un paio d'ore spensierate; ciononostante, l'opera di Sakurai trascura in maniera evidente la scrittura e il design di quegli stessi personaggi che hanno reso il marchio così amato nel mondo. I combattimenti, la vera anima di Street Fighter, si difendono e le sequenze animate sono eccezionali, ma il fanservice sembra spesso sovrastare quella che dovrebbe essere innanzitutto una storia con i propri momenti, i propri ritmi e i propri snodi credibili. Il risultato è una pellicola che, considerato il passato cinematografico del franchise, compie dei passi in avanti, ma che è ancora lontana dal proporre qualcosa di davvero compiuto e memorabile.

PRO

  • Rispecchia lo spirito esagerato degli anni '90
  • Sequenze animate di eccellente fattura
  • Tante botte e tante mosse iconiche

CONTRO

  • La trama e i personaggi peccano di profondità
  • Il tono umoristico fa centro molto di rado
  • Dialoghi piuttosto piatti
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Abbiamo visto il film all'anteprima stampa di Roma, a cui siamo stati invitati.
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